In definitiva un buon lavoro, quello di Richard Matheson (sceneggiatore, oltre che scrittore di fantascienza, autore anche di alcuni episodi di Ai confini della realtà) che ha da poco ispirato un film (che peraltro è assai poco fedele al romanzo). Certo, inizialmente lo stile asciutto, quasi scarno, desta più di una perplessità. In verità risulta anche molto fastidioso l’utilizzo del termine “tremanti” che compare in media una volta ogni tre pagine. Ma la storia regge molto bene, le pagine scorrono via con agilità (soprattutto dalla seconda metà in poi).

Io sono leggenda, titolo e frase conclusiva del breve romanzo, è riferito al protagonista, Neville, rimasto l’unico uomo sulla Terra, abitata da vampiri. C’è quindi, di fondo, il rovesciamento dei ruoli: per il nostro mondo la leggenda è il vampiro, solo e braccato, per quello immaginato da Matheson è l’uomo.

Da segnalare i capitoli dedicati all’incontro del protagonista con il vecchio cane malato e quelli che descrivono la tensione psicologica, la diffidenza celata, del dialogo decisivo con la vampira-spia.

Per certi meccanismi e per alcuni passi (già citati) notevoli, Io sono leggenda rappresenta una buona palestra ed anche una piacevole lettura.

Purtroppo oggi l’illustrazione è quasi del tutto assente, se si eccettua il mercato dell’infanzia. Sono lontani i tempi in cui i vari Gustavino, Cambellotti, Tabet, Galizzi, Craffonara erano chiamati ad illustrare i classici della letteratura o, più semplicemente, un romanzo.

Walter Fochesato 

Il martedì compro il Corriere dei Piccoli che mi diverte.

Italo Calvino

 

Gustavino è, a parer mio, il più originale e geniale illustratore italiano del Novecento. Molto attento al particolare (Calvino docet) e con un senso della sintesi della rappresentazione unico, forse nell’intera storia dell’illustrazione. Decisamente più bravo nelle vignette a china che nelle tavole a matita su foglio bianco, mantiene in ogni realizzazione una particolare capacità d’ironia e disincanto.

Esempio chiaro dei suoi pregi artisitici è la piccola vignetta (riportata di seguito) che ritrae i tre moschettieri, alla pagina 79 dell’edizione Rizzoli del 1935. L’illustrazione rappresenta il seguente passo del libro: “Frattanto [d'Artagnan] considerò Athos come un Achille, Porthos come un Aiace e Aramis come un Giuseppe.”

La riproduzione visiva del testo dumasiano, con quelle ombre che si rifanno alle analogie individuate dallo scrittore, è una trovata semplicemente geniale.

Veniamo, ora, ad una breve biografia. Gustavo Rosso, nato a Torino nel 1881, condivideva con il suo idolo, Doré, non solo il talento per il disegno e l’illustrazione, ma anche il nome di battesimo. Non volle, il giovane artista piemontese, mantenere il pesante fardello di quel nome e decise di trasformarlo in “Gustavino”, per ricordare sì il grande incisore alsaziano, ma utilizzandone un diminutivo, come a dire: “M’ispiro al grande Doré, ma non sono che un piccolo Gustave”.

In realtà Gustavino fu uno straordinario illustratore, e anche se non raggiunse le vette artistiche del Gustave d’oltr’alpe, può essere considerato senza remore tra i maggiori esponenti dell’illustrazione italiana.

Esordì nel 1908 illustrando il libro “Firenze presa sul serio” di Augusto Novelli. La consacrazione arrivò lo stesso anno, con la collaborazione dell’appena nato Corriere dei Piccoli. Creerà per il celebre giornalino per l’infanzia alcuni epici personaggi: Cicchibio, Virgolino, Polidoro, Trulli e Trilli e Cencio, il primo in assoluto, il bambino pasticcione ma volenteroso che cerca d’imparare un mestiere, combinando un sacco di guai.

Nel 1921 s’inventò illustratore delle copertine e dei “paginoni” della nuova Illustrazione del popolo, imitando lo stile della Domenica del corriere di Beltrame. Cesare Zavattini, ammiratore entusiasta dei suoi disegni, lo invitò, per conto della Mondadori, a realizzare le tavole del Dottor Faust, fumetto di Federico Pedrocchi. Per ragioni di salute dovrà interrompere: è il 1939. Le opere migliori le realizzerà, però, per la letteratura, con le illustrazioni dei grandi romanzi popolari e delle riduzioni per ragazzi, che tanto colpirono Italo Calvino.
Semplicemente perfette le sue illustrazioni per la collana UTET “La scala d’oro”, raccolta di racconti per l’infanzia. Antonio Faeti così descrive i colorati disegni di quelle realizzazioni: “Gustavino si immedesima nelle tonalità delle divise, riempie, anzi gremisce le tavole di armigeri di cui dice tutto con esattezza anche se poi racchiude tutti in un alone ariostesco. Le sue divise alludono a battaglie davvero combattute, i suoi cannoni sono dedotti da una accurata esplorazione dell’iconografia militare, ma tutte le sue tavole sembrano attendere l’arrivo dell’Ippogrifo. Negli anni Trenta del secolo scorso si dedicò esclusivamente alle illustrazioni di grandi classici della letteratura. In quegli anni, infatti, uscirno “I tre moschettieri”, “Vent’anni dopo” e “Il Visconte di Bragelonne” per la Rizzoli; “Confessioni di un Italiano” per la Treves.

Illustrò anche due capolavori di Charles Dickens: “Il circolo Pickwicke “David Copperfield”.

L’ultima opera, e forse la più conosciuta al pubblico, fu la serie di illustrazioni per “I Promessi Sposi”, pubblicata postuma. Gustavo Rosso si spense a Milano nel 1950.

 

 

Intorno al IX-X secolo, alcuni dei numerosi pellegrini che si riversavano a Santiago de Compostela, presso il sepolcro di San Giacomo maggiore, dichiararono di esser stati molestati dal gran Nemico, che addirittura si presentava a loro nelle vesti dello stesso apostolo.

Ce ne parla Jacopo da Varagine (Leggenda aurea) che riporta la notizia appresa dai testi di Ugo di Cluny:

[...] un giovane della diocesi di Lione era solito recarsi spesso a visitare con gran devozione il sepolcro di sant’Iacopo; durante uno di questi pellegrinaggi cadde una notte nel peccato della fornicazione. Il diavolo gli apparve con l’aspetto del santo e gli disse: “Mi riconosci?” “No” rispose il giovane. E il diavolo :”Io sono l’apostolo Iacopo [...]“

Non per nulla il diavolo è re nei travestimenti. Anche questa fonte non mancherà nei miei Arcani.

Immagine: Rembrandt, San Giacomo, 1661.

 

 

Memorie di un partigiano presenta il diario inedito di Emilio Grimaldi, musicista genovese, in forma di blog, integrato da immagini, filmati e brevi cenni storici da Alessio Miglietta, redattore del blog. Si tratta di un resoconto dettagliato della campagna partigiana, attraverso l’esperienza diretta di un protagonista.

Le integrazioni del redattore al diario originale sono pubblicate in rosso, in modo da rendere immediatamente visibile la paternità degli scritti; in nero è riportato il testo del diario, senza omissioni.

Ricordiamo che, ai sensi del Codice di deontologia e di buona condotta per i trattamenti di dati personali per scopi storici (2001), alcuni nomi presenti nel diario saranno riportati esclusivamente con le iniziali, nel rispetto della privacy.

Lo scopo di questo blog, oltre all’evidente intento di rendere pubblica una testimonianza inedita, è proporre uno strumento didattico e multimediale dedicato alla divulgazione della storia italiana tra il 1943 e il 1945, una sorta di piccolo museo virtuale.

 

 

http://memoriediunpartigiano.wordpress.com

 

 

 

Come senz’altro i miei esigui, ma attenti, lettori avranno notato, il tema affrontato in questo primo movimento è da me particolarmente sentito. E proprio per questo motivo mi è assai gradito precisare alcuni punti che, sacrificando la chiarezza in nome della musicalità della parola, possono essere risultati oscuri.

La notte di San Bartolomeo, che vide la strage degli Ugonotti (Calvinisti francesi) a opera dei cattolici anche grazie alla complicità della corona (Carlo IX e Caterina de’ Medici, sua madre), fu un episodio  drammatico quanto memorabile per i Francesi. Un segno tangibile lo si osserva ancor oggi passegiando per le vie adiacenti alla chiesa di Saint Germain-l’Auxerrois, tutte dedicate ai protagonisti di quell’evento terribile (rue Coligny, ad esempio). Ma lo si evince anche dalle parole profonde e modernissime di Michel de Montaigne che cita nei suoi Essais questo travagliato conflitto civile, e lo fa per esporre con grande perspicacia la sua opinione circa l’assolutismo del punto di vista della civiltà “occidentale”. Montaigne, nel celebre capitolo dedicato ai cannibali, si chiede se è opportuno tacciare gli indios di barbarie perché antropofagi, quando nella civilissima e cristianissima Francia ci si ammazzava in nome della religione e, addirittura, ci si abbandonava a similari atti di cannibalismo. Vi rimando a questa fondamentale lettura.

Da brividi il rintocco a martello delle campane di Saint Germain-l’Auxerrois rievocate nella splendida opera lirica Gli Ugonotti di Meyerbeer, che, insieme alla Regina Margot di Dumas, costituisce l’opera artistica più significativa, legata a questa tragica notte; mi permetto di consigliarle entrambe.

Utilizzo, poi, un temine inglese (remember), che nella mia scrittura è caso abbastanza raro. Si riferisce all’ultima parola che proferì, secondo il romanzo di Dumas Vent’anni dopo (cap. LXX), il re d’Inghilterra Carlo I un attimo prima di essere ghigliottinato per mano dei Puritani. Mi pare esplicito il collegamento con la frase precedente: comprendere sempre, condannare mai.

Gli altri temi affrontati nel post dovrebbero esser chiari. Ribadisco solo il principio che più mi sta a cuore: il principio determinante che deve assumere la storia, in tutte le sue forme, è quello della comprensione delle diverse mentalità e delle differenti culture, evitando di condannare un episodio piuttosto che un altro, o, peggio, una civiltà piuttosto che un’altra. Noi uomini contemporanei non possiamo affatto tentare un giudizio di merito sulle epoche passate, non ne saremmo in grado e non ci servirebbe. Dobbiamo solo analizzarle, studiarle con distacco, senza pregiudizi. Questo ci renderebbe anche più aperti verso le alterità, le culture diverse, che popolano il nostro presente.

Immagine: ritratto di Michel de Montaigne.

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