Newton, i pritanei e Stonehenge

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Slide dall’intervento “L’età del mondo” presso il XV seminario ALSSA del 13 aprile 2013

In un manoscritto databile intorno ai primi anni novanta del Seicento, Newton accenna ai resti del sito di Stonehenge, riferendosi alla comune struttura che avrebbero avuto i primi edifici religiosi e politici nell’antichità, in ogni parte del mondo: la configurazione, cioè, dei pritanei. Questa struttura (che Newton però confonde con quella del tholos), che prevedeva un fuoco perpetuo centrale intorno al quale si riunivano in cerchio i membri del consiglio, sarebbe stata la testimonianza, tramite metafora, della conoscenza originaria della configurazione eliocentrica dell’universo, che gli antichi Ebrei avrebbero ricevuto direttamente da Dio (qui è chiara l’influenza di Henry More).

Si legge, infatti, in  Yahuda Ms. 41, National Library of Israel, Jerusalem, Israel, f. 2v:

In Inghilterra, vicino a Salisbury, vi è un rudere chiamato Stonehenge che sembra essere un antico pritaneo. Si tratta, infatti, di un’area circolare con due file di enormi pietre con passaggi su tutti i lati per consentire alle persone di entrarvi e uscirvi. Si dice che vi sono alcuni ruderi della stessa forma e struttura in Danimarca. E’ da ritenersi che i templi di Vesta di tutte le nazioni, come quelle dei Medi e dei Persiani, erano al principio nulla più che aree circolari aperte con un fuoco in mezzo, finché agglomerati e città unite sotto un consiglio comune ne costruirono altri sontuosamente. In Irlanda uno di questi fuochi si conservò fino ad anni recenti dai monaci di Kildare sotto il nome di fuoco di Santa Brigida e il cenobio era chiamato “la casa del fuoco”. Lo stesso culto era in uso anche tra i Tartari, come Guglielmo di Rubruck e Giovanni Plancarpinio ci informano. E gli Indiani ancora mantengono questo fuoco sacro e lo chiamano Homan. Benjamin Tudensis ha trovato lo stesso culto del fuoco in alcune isole delle Indie Orientali che egli chiama Chenerag. Viaggiatori riportano la stessa cosa per la Cina. Bardasane, un Siro che visse durante il dominio dell’imperatore Marco Antonino, scrive che “tra i Seri (o abitanti della Cina) il culto delle immagini era proibito da una legge e in tutta quella grande regione non vi era un tempio da vedere”. Da ciò io credo di dedurre che i Cinesi ancora a quei tempi avevano soltanto pritanei aperti senza edifici, come erano in uso tra i Medi o i Persiani.

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L’età del mondo

Sabato a Sestri per il XV Seminario Alssa di Archeoastronomia presenterò l’intervento:

L’età del mondo. Il sistema cronologico newtoniano tra astronomia, archeologia ed esegesi.

Nel 1728, un anno dopo la morte di Isaac Newton, venne pubblicata, a Londra, un’opera a cui il grande filosofo naturale aveva dedicato gran parte delle proprie energie negli ultimi anni della sua esistenza: la Chronology of Ancient Kingdoms amended. Lo stile arido del testo, l’atteggiamento esoterico dell’autore (sempre riscontrabile nelle sue opere), lo studio estremamente analitico, hanno indotto Richard Westfall, uno dei maggiori biografi di Newton, a definire la Chronology un’opera “dal tedio infinito”: si tenterà, in questo intervento, di renderla il più possibile interessante, magari provando a smentire, almeno in parte, questo tranciante giudizio. L’opera, dedicata alla cronologia antica, s’inseriva nell’ampio dibattito, all’epoca molto vivace, sull’età del mondo (anche e soprattutto nel più ampio senso della storia naturale) e sulla correttezza della cronologia sacra rispetto ai sistemi concorrenti delle altre civiltà antiche. Le tesi dei libertini, dei preadamiti, ma anche di più prudenti studiosi come John Marsham, minavano alle fondamenta i principi di assoluta superiorità e antichità della storia ebraica. Newton, convinto assertore della bontà di un’interpretazione letterale della Scrittura, interviene in difesa della storia sacra: lo fa confutando le antiche cronologie greche, egizie, assire, babilonesi, mede e persiane, subordinandole alla Scrittura, con l’utilizzo di metodologie in parte innovative (come la datazione attraverso la precessione equinoziale, tentata per la prima volta nella storia) e in parte mutuate dalla ormai secolare letteratura dedicata alla cronologia, oltre che attraverso l’analisi di (molte) fonti letterarie antiche e di (poche) testimonianze archeologiche. I risultati di questi studi, resi pubblici da Newton e da egli stesso ritenuti di pari dignità rispetto a quelli raggiunti con i suoi Principia e con le altre sue opere edite, suscitarono, all’epoca, moltissime critiche e rari riconoscimenti: oggi sappiamo, invece, che la Chronology non avrebbe avuto nemmeno lontanamente la fortuna degli altri lavori newtoniani pubblicati, ma il suo valore inserito nel contesto storico in cui fu pubblicata, e la sua esemplarità del metodo e del pensiero newtoniani, sono oggi ingiustamente sottovalutati. Sottovalutati come la stessa disciplina della cronologia antica che appare ormai acquisita agli occhi della maggior parte dei contemporanei, ma che ha comportato un ingente sforzo intellettuale e minuziose ricerche, prima di consolidarsi; e per quanto possa sembrare incredibile, oggi non mancano “revisionisti” anche nell’ambito di tale materia. Gli studi cronologici di Newton, che risalgono agli anni settanta del XVII secolo (gli stessi anni che lo videro approfondire tutti i suoi interessi “occulti”, dall’alchimia alle dottrine eretiche antitrinitarie), s’inseriscono in un più ampio e personale progetto di ricerca (le cui vie percorse spaziavano dalla matematica alla fisica, dall’ermetismo all’esegesi biblica) che, in ultima analisi, non è altro che il tentativo di avvicinarsi il più possibile alla conoscenza dell’unico vero principio, inteso come il fondamento e l’origine di ogni cosa: il principio divino.

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Da Zenone a Newton


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A cena dall’alchimista

Divertimento  

 

Dove si dimostra che alchimia e gastronomia sono facce di una stessa medaglia o, per meglio dire, di uno stesso medaglione.

 

ra alambicchi e spiriti attivi, alcahest e pietre filosofali, illuminazioni e trasmutazioni, l’alchimista ha poco tempo da dedicare a futili incombenze, così impegnato com’è ad estrarre l’oro dal metallo volgare e a provare l’ennesimo elisir per una “vita longa”. A questa regola generale pare opporsi, però, un’eccezione di una certa importanza: sarà la contiguità di certe operazioni, sarà il linguaggio sorprendentemente comune alle due attività, sarà anche che a forza di prolungati esperimenti ed estenuanti veglie alla ricerca della giusta congiunzione astrale, un certo languorino prima o poi insorge, sta di fatto che i discepoli di Ermete spesso si sono dedicati all’arte culinaria, il cui successo di risultati è tutto da dimostrare (come quello dei loro esperimenti, direbbero i più maligni). D’altronde, chi ha dimestichezza con le metafore tra micro e macrocosmo, chi abbraccia il mondo tutto con rinascimentale entusiasmo, certo non si fermerà davanti alle ardite analogie tra alchimia e gastronomia: intrugli come abbinamenti, fuochi purificatori come i fuochi dei fornelli, misture e amalgame come impasti, formulari segreti tramandati dalla Tradizione come i consigli sui condimenti sussurrati dalla nonna (che della Tradizione in fondo è la fonte suprema). Sapevamo del cuoco eretico e dello scienziato alchimista, finora poco ci è giunto sull’alchimista cuoco (o sul cuoco alchimista, hai visto mai), ed è non solo un peccato ma, a ben guardare, un gran mistero che non se ne faccia quasi mai parola. Attenzione, però, a tener presente che prima regola del buon discepolo d’Ermete è, per l’appunto, l’ermetismo. Guai, quindi, a divulgar le ricette ai non eletti, ai profani della Scienza di Paracelso. Basta aprire un bel tomo sull’argomento per accorgersene: tra codici cifrati e metafore sibilline, infatti, chi ci capisce è bravo; ci vuole la Chiave. A forza di leggere i trattati di Flamel, gli studi di Fabre, gli esperimenti di Agrippa, le speculazioni di Paracelso e le memorie di Cagliostro, l’autore s’è illuso di averla trovata. Non convinto, però, che la famigerata trasmutazione dell’oro sia a portata di mano, ha optato per una ricerca a lui più congeniale: la cibaria. Ecco allora un sunto dei risultati raggiunti, un menù per i palati più fini che giunge direttamente dalle pagine ingiallite e odorose di zolfo dei più grandi esponenti dell’arte chemica. All’autore non resta che augurare buon appetito e aggiungere una piccola avvertenza: attenzione a non invocare spiriti maligni, visioni diaboliche, abissi di tenebra; nel caso malaugurato che tali spiacevoli inconvenienti dovessero capitare, non arrischiatevi a lesinare, per carità, il consumo dei provvidenziali digestivi. O si doveva dire “antidoti”? Continua a leggere

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I tre moschettieri dell’Apocalisse

n lampo squarciò la landa desolata illuminandola a giorno; all’improvviso bagliore seguì la tenebra: solo una piccola luce giallastra si scorgeva in questo mare buio come la pece. Era la finestra della modesta baracca di Rino Aramis che, diversamente dal solito, non s’era coricato al tramontar del sole ma s’intratteneva fino a tarda ora con due dei suoi amici e compagni di duelli. “I Principia, perbacco! Non dimenticatevi i Principia!” urlò, ormai rapito dai fumi dell’alcool, Porthos Miglietta, guardando diritto negli occhi l’altro ospite di Rino Aramis, Athos Urfalino. “Certamente, caro mio, ma dove la metti Ipazia? Eh? La vogliamo per forza trascurare?” Porthos Miglietta aveva porto il vassoio pieno di salsicce alla violetta al suo interlocutore che fece un segno di diniego e un’espressione di disgusto. “No grazie, io mangio solo fior di loto e lapislazzuli tritati alla maniera di Francesco Colonna.” “La semplicità, vi dico, è la vera strada che porta la cuore!” Intervenne il padrone di casa, mentre con una mano stringeva l’ennesimo quartino di vino alle mandorle. La luce arancione e tremula della lampada a olio rendeva i visi di quei tre strani personaggi ancora più grotteschi di quanto la Natura li avesse plasmati. Porthos Miglietta trangugiava salsicce, indifferente alle ultime e accorate parole del compagno Rino Aramis. Quegli uomini valorosi, e un poco svitati, concludevano inderogabilmente le loro serate con un duello all’arma bianca che solo la fortuna, o un disegno intelligente, non portava mai alle estreme conseguenze. Qualche cicatrice dove non batte mai il sole e un livido qua e là, gli unici ornamenti di quelle serate spensierate.

Bussò qualcuno alla porta. Rino Aramis fu subito alla porta e chiese: “Chi, di grazia, bussa da queste parti e a quest’ora della notte?”

“Milady” poi un tuono forte come la morte commentò quell’unico e terribile pronunciamento.

Un tonfo assai più leggero si udì subito dopo il fragore della folgore: Porthos Miglietta aveva lasciato cadere a terra una delle sue adorate salsicce alla viola.

“Aprite!” Rino Aramis aprì meccanicamente la porta, mentre Athos Urfalino già malediva quell’azione sconsiderata.

Una donna di età indefinibile si presentò semicoperta da un cappuccio che ricordava quello dei monaci domenicani. “Voi, inutili ed elitari intellettuali, seguite il consiglio di San Benedetto da Norcia, lasciate il libri e andate a zappare la terra!” ammonì severa la donna misteriosa. “Qui perdete il vostro tempo, tra trastulli da intellettuali da strapazzo: suvvia!”

I tre non proferirono parola per qualche istante. Il primo a parlare fu Porthos Miglietta, il più presuntuoso: “Ohè! Cospettone! Gentile signora, diteci voi chi dobbiamo allora seguire, chi potrebbe farci da modello?”

Milady volse lo sguardo altrove. Rino Aramis prese la parola: “Capperi! A me questa accusa non va giù. Io, il moschettiere più modesto di tutta la Francia, tacciato di far il gradasso con la cultura! Sono offeso, Milady”. Milady era una sfinge.

Dopo qualche minuto la voce della donna risuonò di nuovo nella vecchia baracca: “L’arcana cultura degli antichi voi dovete ricercare! Non le inutili chiacchiere e sofismi che a nessuno interessano.”

Athos Urfalino si alzò in piedi di scatto: “Io alle sagre di paese, coi formaggi stantii, non ci vado! Non sarà davvero tra le lasagne che si trovano le risposte alle mie domande.”

Milady si avvicinò alla porta, infastidita. “Cari amici adesso vado via che ho ancora tutto un campo da arare! Addio”.

La trattenne ancora la mano di Porthos Miglietta che le disse: “Ma allora chi dovremmo seguire, secondo te? Chi?” Milady non lo degnò nemmeno di una parola e sbatté la porta dietro di sé.

Triste e rassegnato il povero Porthos Miglietta riprese a mangiar le sue salsicce alla violetta. Athos Urfalino, innervosito da quella strana visita, si rivolse a Porthos Miglietta: “Io non tollero che si mangino salsicce alla mia presenza, per giunta farcite di violette! Né mi sconfifera quell’aria sorniona che è dipinta sul tuo volto, Rino Aramis! Vi sfido a duello!”

Gli altri due si guardarono intensamente negli occhi; Rino Aramis fece cenno con la testa di esser d’accordo. Porthos Miglietta, allora, con aria solenne rispose: “Alle Carmelitane!”

“Alle Carmelitane!” risposero all’unisono gli altri due moschettieri.

Aprirono in fretta la porta e presero allegri la via che li avrebbe portati alla abituale sferragliata di fioretti. “Che vinca il migliore! Alle Carmelitane!” disse con voce impastata da alcool e salsicce il vecchio Porthos Miglietta, barcollando in mezzo agli altri due.

D’improvviso, dal vicino bosco, una voce di donna si udì provenire dal cieco buio di quella notte senza luna; era la voce di Milady, che sussurrò: “Scalze! Le Carmelitane sono scalze!”

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Piccolo omaggio a “Esercizi di memoria”

n sabato sera, nel paese delle favole.

Il principe rimase sgomento, la scarpetta di cristallo in mano, lo sguardo fisso verso la fine della strada che si scorgeva dall’ampia vetrata, dove Lei era sparita correndo su quella strana carrozza; l’aveva finalmente trovata, la creatura dei suoi sogni, ma subito l’aveva perduta. Gli prese un senso di sconforto che presto si tramutò in una sorda rabbia: “Accidenti a me!”, esclamò in mezzo alla sala da musica dove, intanto, l’allegra compagnia degli invitati aveva smesso di ballare e si era raccolta intorno a lui, fissandolo con aria interrogativa.

Si fece avanti un suo amico fidato e gli chiese: “Non sai nulla di lei? Nemmeno il suo nome o dove abita?”
Il principe non accennò nemmeno a voltarsi, ma rispose con voce roca: “Non so nulla. Provai a chiederlo, devi credermi, ma lei non volle mai rispondere, mi disse solo che non poteva rivelarmi i suoi segreti. Parlammo di tutto tranne che della sua identità.”
“Mi parve di sentirla parlare di strani personaggi, menzionò nomi bizzarri.” Incalzò l’amico, desideroso di aiutare il principe a ritrovar la dama.

“Ah, sì, se è per questo mi parlò di alcuni suoi strani amici: una certa Euterpe, un signor Cronos, Tersicore sua confidente e altri ancora. Pensa, sostenne di conoscere un tale che è amico di Molière.”
“Di Molière, addirittura!” l’amico sembrava alquanto perplesso.
“Sì, sembra si tratti di un certo Lorenzo…” il principe guardava nel vuoto.
“Perbacco, signore! Un rivale!” nella sala s’udì un mormorio di disapprovazione.
“Lo temo” disse il principe stringendo i pugni. “La vidi agitarsi, d’un tratto, quando s’accorse dell’ora. “Dieci minuti a mezzanotte!”, mi disse, poi fuggì di corsa.”
“Che c’entri quel Lorenzo?” azzardò l’amico
“Possibile, certo. Quel che non capisco è il significato di quelle arcane parole che mi gridò da lontano quando ormai saliva le scalette della sua carrozza. Le udii forti e chiare, ma il significato proprio mi sfugge.”
“Cosa disse, mio principe?”
“Girandosi un’ultima volta verso di me, indicò il quadrante dell’orologio del campanile qui vicino, le cui due lancette ormai si univano nello stretto abbraccio della mezzanotte, poi allargò le braccia e disse soltanto: “Spiacente mio bel principe, ma sta per cominciare esercizi di memoria.”
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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