Un mese è trascorso da quando, in attesa di ben più lungo viaggio, scendevo da un treno locale alla stazione di Arquata Scrivia. Là attendevo, come già da tempo si era stabilito, alcuni passeggeri di mia conoscenza provenienti da altro treno, coi quali avrei dovuto proseguire, in macchina, fino alla mia casa di campagna, dove le colline sono abbastanza alte e vicine alla costa da consetirmi la vista rassicurante dell’amato mare di Liguria. Attendevo il loro arrivo seduto ad un tavolo del bar della stazione, rinfrescato da una bibita che mi difendeva dalla calura insolita per un pomeriggio di inizio primavera. Da tempo, la colonna sonora che scandiva i miei giorni, era la musica ipnotica e geniale del pianista e compositore sovietico Sergei Prokofiev. Sfogliando il giornale a disposizione degli avventori attirò la mia attenzione un articolo che annunciava l’imminente uscita della traduzione inglese dei diari perduti di quel sommo musicista. Il giornalista, in perfetta sintonia con la sua categoria di sciatti e superficiali cronisti, sciorinava le solite considerazioni partigiane intese solo a tirar l’acqua al mulino politico dei suoi committenti; mi stupì oltremodo negativamente la considerazione inopportuna che chiudeva l’articolo: “L’autore di quel Pierino e il lupo che tutti i bambini del mondo sono costretti a sorbirsi a scuola [...]“. Semplicemente penoso, pensai; ad esser costretti a sorbirsi qualcosa erano semmai i poveri lettori del quotidiano, leggendo quell’articolo. Ma lasciamo da parte il giornalista e occupiamoci del musicista. Prokofiev fu bambino prodigio e indisciplinato (ecco perché lo soprannominarono l’enfant terrible) e crebbe sostanzialmente conservando tali caratteristiche. Focosi rapporti con i suoi colleghi e con il potere caratterizzarono tutta la sua esistenza. Non m’interessa qui descrivere nemmeno in sommi capi la sua vita e la sua produzione artistica: vorrei soffermarmi su un problema per me cruciale e che costituisce da sempre un difficile rompicapo.  Proprio in quella stazione di provincia, riflettendo su Prokofiev, che rappresenta il confine tra la musica classica tradizionale e quella contemporanea, ripresi a riflettere su questa (almeno per me) difficile questione: il valore della forma nella musica e nell’arte in generale; ovvero: l’arte ha bisogno di regole? Se delle regole devono esistere, può avere senso infrangerle? Chi stravolge regole formali si nasconde forse dietro l’alibi della trasgressione perché è incapace tecnicamente? Permango tuttora nel dubbio, non ho risposte univoche. Certamente di diverso avviso fu il governo comunista in Unione Sovietica (e lo stesso Prokovief lo sperimentò personalmente) e il Nazismo in Germania che, convinti di preservare il valore estetico e formale dell’arte, proibirono a più riprese (seppur, alla fine, con moderazione) l’espressione di forme alternative, giudicate degenerate. Credo che, in realtà, esistano sia forme alternative e valide che forme “degenerate” e di poco conto, ma di certo non sta al potere valuterne il valore. Spesso certe opere m’indignano per la loro sconclusionata impalpabilità  o per la loro mancanza di senso estetico e più volte m’accorgo che dietro a quelle opere si cela un mediocre artista (mi faccio coraggio e cito qualcuno: Stockausen, Fontana, Duchamp). Ma non sempre è così. Gli schemi che Prokofiev rompe appartengono al sistema tradizionale di comporre musica, ma il musicista compie questa frattura (grazie all’uso spregiudicato delle dissonanze, in un contesto, però, di grandi tessuti armonici) all’interno dello stesso sistema, al contrario di quanto accade nella musica contemporanea che pretenderebbe di rompere gli schemi tradizionali adottando un sistema del tutto nuovo (peraltro non privo di regole) (cfr. Massimo Mila, Breve storia della musica). Tutto ciò pensavo, e penso tuttora, seduto a quel bar. Pensai che, come Prokofiev, anche l’opera di Picasso si estrinsecava in modi e principi analoghi, seppur trasposti in pittura. Tutti e due gli artisti possedevano un tecnica straordinaria: Prokofiev era un pianista concertista e un ottimo compositore di musica “formale” (ne è un esempio la Haydniniana Sinfonia n.1), Picasso un ottimo pittore dotato di grande tecnica; tutti e due decisero d’intraprendere la strada delle dissonanze, della trasgressione artistica. (Continua…)

Nell’immagine: Sergei Prokofiev.

Nel quadro: George Grosz, esponente di quella “arte degenerata” avversata del Nazismo, si vendica dei suoi potenti detrattori.