Lezione seminariale
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Oggi vi parlerò di una caratteristica di Newton divenuta col tempo proverbiale, ma che già era senz’altro nota ai suoi contemporanei, rintracciabile sia tra le sue varie biografie, sia, come vedremo fra poco con un brevissimo esempio, addirittura nella letteratura di finzione: mi riferisco alla sua misantropia, unita ad una particolare avversione nel comunicare e condividere i propri risultati di ricerca, e le proprie teorie, alla comunità della Repubblica delle Lettere così come all’alterità intesa in generale. A questo proposito vi leggerei questa riga telegrafica tratta proprio da un dialogo fittizio presente nel romanzo storico “Dark Matter” di Philip Kerr, di cui sospendo ogni giudizio letterario (poiché non è questa la sede, né io ho l’autorevolezza per esprimerne), ma che posso dire abbia un certo rigore di contenuti, aderenti in buona parte alla verità storica. Un personaggio si rivolge a Newton il quale ha appena terminato di proferire una congettura che, incredibile, non si basa unicamente su elementi fattuali rigorosi: in una parola “specula” su un’informazione ottenuta; la risposta del suo interlocutore sintetizza con una battuta un giudizio salace sulle attitudini caratteriali del Nostro (e il cui significato spero vi sarà più chiaro al termine di questo intervento):
Una volta tanto, dite più di quello che sapete [1].
In realtà Newton dice abitualmente molto meno di quanto sa e cercheremo di capire i motivi di questa quasi totale chiusura (almeno in ampi periodi della sua vita).
Avevo pensato di intitolare questa prima parte “un esoterico tra gli essoterici”, titolo che credo possa fungere da buon punto di partenza per la nostra lezione. Come ogni definizione ha il dono della sintesi, ma la sintesi scende spesso a compromessi con la precisione, per questo desidero definire due ordini di questioni che credo sia corretto segnalarvi.
Innanzitutto una precisazione riguardo ai termini “esoterico” ed “essoterico”: se è vero che il primo è ormai appannaggio del linguaggio di tutti i giorni (e in più di una occasione abusandone), del secondo è probabile che non tutti ne conoscano il significato. I due termini hanno origine dalla tradizione filosofica, in particolare aristotelica, i cui lavori erano stati divisi, appunto, in opere esoteriche ed essoteriche, a seconda di quale fosse il loro destinatario. I testi esoterici erano destinati ad un ristretta cerchia di adepti, i suoi discepoli, gli unici a poter decifrare il linguaggio criptico o particolarmente tecnico contenuto in essi, mentre i testi essoterici erano rivolti ad una generalità di individui, essendo invece comprensibili ai più. Con il tempo il termine “esoterico” prese a indicare il carattere volutamente occulto della trasmissione di un sapere, indirizzato ai soli iniziati, e quindi ermetico, con l’intenzione di celare segreti potenzialmente pericolosi per la generalità degli individui. Disciplina esoterica per eccellenza è proprio l’alchimia di cui, come vedremo, Newton fu uno dei più grandi cultori. Attenzione: essoterico non è sinonimo di divulgativo che, nel senso moderno, si riferisce invece ad un tipo di comunicazione orientata alla semplicità e alla comprensione del maggior numero di individui possibili; “essoterico” intende semplicemente indicare un tipo di comunicazione non criptica, ma non necessariamente improntata ad abbracciare tutti i possibili destinatari.
La seconda precisazione, invece, concerne il contenuto stesso dell’affermazione e mi serve per puntualizzare che, seppur l’utilizzo dell’appellativo “esoterico” sia sostanzialmente corretto nei confronti del lavoro e del carattere di Newton, non sempre il matematico inglese mantenne il medesimo atteggiamento nei confronti della comunicazione, che anzi mutò di frequente sia nei vari periodi della sua esistenza, sia nei confronti dei diversi interlocutori, basti pensare alla fase sua ultima dell’esistenza che fu caratterizzata, come accennerò più tardi, da una considerevole attitudine ad esternare pubblicamente perlomeno parte dei propri risultati e delle proprie teorie. Anche il termine “essoterici” qui attribuito ai filosofi contemporanei di Newton, è piuttosto aderente alla realtà storica, se si considera la generale disponibilità, anzi direi intenzione di condividere le proprie ricerche e teorie. Gli esempi paradigmatici dei due sodalizi londinesi che lo stesso Newton frequentò, la Royal Society nel campo della filosofia naturale (di cui divenne addirittura presidente dal 1703) e l’Hartlib Circle in ambito alchemico, che avevano come precetto fondamentale la condivisione e il confronto delle idee, dimostrano quanto, in generale, l’ambiente circostante fosse particolarmente “essoterico”. Ma anche questa definizione non è del tutto esatta: non tutti i filosofi, e non tutti allo stesso modo, furono essoterici, alcuni dimostrarono grandi difficoltà e timori, spesso fondati, a divulgare le proprie teorie e, soprattutto, i risultati delle proprie ricerche. Vedremo più in là alcuni esempi chiarificatori.
Ebbene, io direi di iniziare presentando una schematica periodizzazione della vita di Newton, prendendo come punto di vista privilegiato la comunicazione scientifica, che è poi l’oggetto di questo intervento. Riprendendo, quindi, la classica suddivisione temporale dei più noti biografi di Newton, cerchiamo di delineare un breve profilo del filosofo naturale nei vari periodi della sua esistenza. I biografi, in linea di massima, hanno diviso la vita di Newton in quattro periodi distinti: la giovinezza e la prima formazione (che, a parte alcuni elementi, non sarà oggetto di una nostra analisi essendo meno pregnante rispetto ai nostri scopi); il periodo della maggiore creatività che comincia con i primi studi a Cambridge come subsizar, culmina con l’annus mirabiles tra il 1665 e il 1666 (ai tempi dell’isolamento a Woolsthorpe a seguito dell’evacuazione di Cambridge) e che termina con l’allontanamento dalla Royal Society concomitante con la nomina di segretario del suo acerrimo nemico Robert Hooke a seguito della morte di Oldenburg, nel 1677; gli anni successivi, fino al 1703 (anno della nomina a presidente della Royal Society dello stesso Newton, proprio nell’anno della morte di Hooke), durante i quali Newton, più che mai esoterico, “si chiude nelle stanze del Trinity” in un silenzio interrotto però dalla fondamentale pubblicazione dei Principia (vedremo, poi, come questo lavoro sia stato quasi estorto da Halley e quanto vi sia di esoterico nello stesso testo redatto); infine l’ultimo periodo fino alla morte, nel quale Newton si apre al mondo e ricopre varie cariche istituzionali sotto il regno degli Orange.
Diversamente da quanto indicato dai vari biografi newtoniani, avrete notato che ho indicato come termine convenzionale di ogni periodo in analisi la morte di un filosofo naturale: Oldenburg (che segna il definitivo isolamento di Newton rispetto agli altri studiosi), Hooke (che permette allo stesso Newton di tornare alla Royal Society, e sostanzialmente di prenderne le redini del comando) e, naturalmente, Newton stesso. La scelta è dovuta principalmente allo scopo di privilegiare il punto di vista della comunicazione newtoniana che, appunto, si manifesta in tre momenti distinti: la parziale apertura e le sue reazioni, la totale chiusura e, infine, la preminente apertura sostenuta in gran parte dal nuovo ruolo “mondano” di Newton. Vediamo, ora, più analiticamente i tre periodi che ci interessano.
Dopo un periodo di formazione al Trinity, che vedeva in parallelo il classico programma di studio di stampo aristotelico impartito in tutte le università (peraltro non molto praticato nei fatti da Newton, a parte un certo interesse per gli Elementi di Euclide, la cui impostazione avrà echi nella struttura stessa dei Principia) e gli approfondimenti da autodidatta sulle fonti di Cartesio, Galileo e Gassendi, Newton, a seguito della famigerata pestilenza che colpì Londra tra il 1665 e il 1666, si ritirò nei suoi possedimenti in Lincolnshire, più precisamente a Woolsthorpe, ove nacque e trascorse la sua infanzia. Qui ritrovò la madre, con la quale aveva un rapporto piuttosto contrastato, e, nella più totale solitudine, produsse una mole straordinaria di studi e ricerche in campo matematico e di filosofia naturale. Si trattò, senz’altro, non solo del momento più creativo ed esaltante della storia personale del genio di Newton, ma di tutta la storia della scienza. Si pensi che nell’arco di quei pochi mesi, vennero elaborate sia la teoria della luce e dei colori che quella delle flussioni, oltre a mettere le basi della stessa teoria della gravitazione universale. Tutto ciò senza un confronto con alcuno e senza che nessuno ne avesse notizia per molti anni a venire: Newton agì da solo e tenne per sé tutti i risultati ottenuti, e solo nel corso dei molti anni della sua esistenza vennero trasmessi all’umanità (anche se parte dei lavori di ottica apparvero poco dopo nelle Philosophical Transactions, si pensi, ad esempio, che l’Opticks venne pubblicata in prima edizione solo nel 1704). In questo periodo Newton riveste una figura di studioso molto affine a quella del filosofo naturale della sua epoca: è cioè propenso a volgere il proprio sguardo al futuro della conoscenza, si propone di aggiungere nuovi elementi che, siano essi confermativi di teorie precedenti oppure letteralmente rivoluzionari, si inseriscono in un percorso il cui solco egli percepisce sia proteso verso un’unica direzione, in avanti, verso un’idea di progresso. Lo definirei, quindi, il Newton natural philosopher.
Direi che furono proprio le delusioni successive alle varie dispute, tra l’altro molto comuni nell’ambito della Repubblica delle Lettere del XVII secolo (e ancora per almeno il secolo successivo, soprattutto nei riguardi della paternità delle teorie e dei risultati sperimentali), conseguenti al debutto di Newton alla Royal Society, tramite le comunicazioni sulla nuova teoria della luce e dei colori, a consigliare al filosofo naturale di chiudersi in se stesso. Più precisamente direi che furono le critiche e le confutazioni a tali teorie (spesso congrue, tra l’altro) che Newton non accettò; dimostrò, infatti, di amare grandemente gli apprezzamenti e i complimenti almeno quanto aborrisse le critiche: per questo è più corretto affermare che Newton più che essere avverso nei confronti della condivisione delle idee, fu contrario semplicemente ad essere contraddetto. Vedremo, comunque, più in dettaglio questo aspetto, quando tratteremo più approfonditamente tutti i tentativi più importanti del Newton “essoterico” del primo periodo (quello da me definito del Newton natural philosopher).
Di senso diametralmente opposto, invece, il punto di vista di Newton verso il progresso “scientifico” nel secondo periodo, quello dell’isolamento: in coincidenza, infatti, con il periodo di progressivo allontanamento dall’alterità, egli volse lo sguardo verso il passato, nella convinzione che la Verità fosse da ricercare in un’epoca remota, in una prisca sapientia trasmessa direttamente da Dio ai primi uomini sulla Terra (Newton stesso, come confermato da un passo della Chronology of Ancient Kingdom amended, pubblicata postuma, riteneva attendibile la leggenda che voleva Pitagora depositario di alcuni frammenti di verità ottenuti direttamente da Mosè), una rappresentazione veritiera della realtà che, nel tempo, si era sempre più corrotta e in buona parte era stata dimenticata (Newton considerava il concilio niceno il momento massimo di corruzione della Verità). Proprio da questo periodo in poi Newton si concentra sugli studi e sugli esperimenti alchemici, cominciati alla fine degli anni sessanta del Seicento, di quelli sulla cronologia e storia sacra, di quelli teologici e profetici. Qui, è bene ribadirlo, lo sguardo è ben fisso verso il passato, con un atteggiamento che ricorda da vicino quello tipico dello storico della scienza, come convincentemente descritto da Kuhn, ovverosia con l’intenzione di scrutare e studiare idee e teorie del passato, ormai rese obsolete dal “progresso” della scienza, in antitesi con l’approccio dello “scienziato” (per l’epoca di cui ci occupiamo rectius “filosofo naturale”) volto invece esclusivamente alla futura conoscenza e per nulla interessato allo studio in senso storico della scienza. Newton si comportò analogamente: era convinto di riscoprire leggi naturali già conosciute dall’umanità ma dimenticate, e per questo ricercava nelle fonti antiche (ermetiche e alchemiche secondo la convinzione di una loro origine remotissima, filosofiche tramite le scuole ellenistiche, neoplatoniche e stoiche in primis, bibliche attraverso l’esegesi storica e il calcolo cronologico, e profetiche tramite la decifrazione dei principali testi antichi di questo genere) la Verità, che in ultima analisi non era che la parola divina. Come già detto, è questo il Newton più esoterico, quello per intenderci che si chiude nelle stanze del Trinity College tra alambicchi e fonti antiche.
Trovo davvero calzante l’appellativo attribuito dal biografo newtoniano Frank E. Manuel al Newton dell’ultimo periodo della vita: “autocrate della scienza”. Sebbene i più maligni riportino alla nipote (e alla sua avvenenza) il merito della rapida ascesa istituzionale del vecchio Newton, è pur vero che sia la sua celebrità, acquisita secondo lui suo malgrado dopo i Principia, che il suo genio gli vennero senz’altro in aiuto: la nomina a membro del Parlamento in rappresentanza di Cambridge, il suo incarico alla Zecca, la direzione della stessa, la nomina a presidente della Royal Society. La fase londinese di Newton si caratterizza, come sinteticamente indicato da Manuel, con un piglio da vero dittatore, severo e inflessibile, sia nell’esercizio dei suoi incarichi a favore della grande riconiazione alla Zecca, sia nell’amministrare la Royal Society. Fu infatti questo il tempo in cui Newton si vendicò delle critiche sferzanti di alcuni suoi colleghi e delle varie e accese dispute che costellarono la sua esperienza di filosofo naturale, tra cui quella celebre con Leibniz sul calcolo, imponendo un’unica ragione: la sua. È questo anche il periodo della pubblicazione della maggior parte del lavoro newtoniano (riferito alla filosofia naturale, non agli studi alchemici, teologici, profetici o storici che durante la vita di Newton non furono mai pubblicati): la seconda (fondamentale) e la terza edizione dei Principia (1713, 1726), le tre edizioni dell’Opticks, di cui una in latino, (1704-1706-1718).
L’Inghilterra, a quell’epoca, attraversava uno dei momenti più violenti e tumultuosi di tutta la sua storia: ricordo, infatti, che alla rivoluzione puritana, che scatenò una guerra civile che ebbe tra le vittime anche il padre di Newton, e alla conseguente decapitazione di Carlo I (i lettori di Dumas, sempre che ne siano rimasti molti, si ricorderanno le pagine di Vent’anni dopo, non storicamente rigorose ma davvero memorabili), si instaurò la dittatura di Cromwell, al quale successe, dopo un breve periodo di gestione del potere da parte di Monk, il re Carlo II, filo-francese e di simpatie cattoliche, così come il suo successore Giacomo II. Il Parlamento non sopportava la conduzione assolutista della monarchia nuovamente instaurata e la popolazione mal digeriva la palese apertura al cattolicesimo (come non comprese affatto l’alleanza dell’Inghilterra con la Francia cattolica di Luigi XIV contro la protestante Olanda). Venne così chiamata dal Parlamento a intervenire la casata degli Orange, olandese, e a insediarsi sul trono d’Inghilterra. Nel 1688, Guglielmo d’Orange prende il potere spodestando il re Giacomo. L’anno successivo verrà emanato il Toleration Act, di cui vedremo gli effetti più avanti, effetti che ebbero presa anche direttamente su Newton, teologo ed eretico. Sta di fatto che il Newton “pubblico” trovò sotto il regno degli Orange terreno fertile per la sua consacrazione istituzionale.
Questi, in linea di massima, i tre periodi della produzione newtoniana, considerati dal punto di vista della comunicazione scientifica. Adesso è il caso di prendere in esame più da vicino quali siano stati i motivi che indussero Newton a occultare per buona parte i propri lavori.
L’indole del carattere senz’altro fu un elemento significativo, un elemento che, diciamo, predispose Newton ad avere un atteggiamento esoterico nei riguardi della conoscenza. Questo atteggiamento, però, si fondava su un preciso e volontario intendimento che sottintendeva un’idea della trasmissione della conoscenza ben preciso e consapevole: il lato caratteriale di Newton ha quindi soltanto facilitato lo sviluppo di tale convinzione; un carattere forgiato nella solitudine di un’infanzia e una giovinezza trascorse quasi da recluso a Woolsthorpe e poi presso i Clarke, e che si manifesta in più testimonianze nel corso di tutta la vita, come le lettere e i colloqui riferiti dai contemporanei. Vediamo come Newton stesso ci rivela la sua opinione al riguardo, da una lettera risalente al 1670 e indirizzata a un professore del Trinity, Collins, che lo esortava a rendere pubblica le sua nuova teoria delle flussioni di cui aveva avuto solo poche frammentarie informazioni:
[...] Non vedo cosa vi sia di desiderabile nella pubblica stima, fossi io in grado di acquisirla e mantenerla. Potrebbe forse aumentare la mia cerchia di conoscenza, cosa che io principalmente mi studio a declinare.
Non è ancora il Newton deluso dalle critiche dei suoi colleghi, è piuttosto ancora il Newton genuino che, come vedremo, si affaccia sì verso il mondo essoterico della filosofia naturale del XVII secolo, ma per innato carattere, e profonda convinzione, non ama il confronto e la “pubblica stima” (o, come abbiamo già sostenuto, dichiarando l’avversione verso la notorietà, in realtà cela il suo fastidio verso le critiche e le confutazione delle proprie idee). Sempre che non si tratti soltanto, o almeno in parte, di falsa ritrosia, di un atteggiamento formale di ostentata modestia (all’epoca un atteggiamento quasi d’obbligo). Altri motivi si aggiungono a quelli squisitamente personali: mi riferisco, ad esempio, ad un fatto esterno come la censura nei confronti dell’arianesimo, dottrina segretamente professata da Newton, confermata anche nel 1689 dai nuovi regnanti, attraverso quel Toleration Act di cui già abbiamo accennato e che, a dispetto del nome, decretava in sostanza un giro di vite nei confronti di atei, cattolici e ariani (riservandosi, quindi, di “tollerare” solo le altre dottrine cristiane o altre religioni come l’ebraismo). Per quanto riguarda gli studi alchemici, al contrario della generalità dei contemporanei dediti alla scienza della trasmutazione ma in coerenza con la tradizione ermetica precedente, Newton confermò più volte (rivolgendosi, ad esempio, all’essoterico Robert Boyle) di ritenere addirittura pericoloso che i segreti dell’alchimia, della iatrochimica e della tradizione ermetica fossero accessibili a tutti. A questo si aggiunga che taluni biografi ritengono che il materiale alchemico prodotto da Newton non fosse stato in alcun modo divulgato perché egli riteneva di non aver raggiunto, tramite tale disciplina, nessun risultato affidabile né sufficientemente dimostrato attraverso la sperimentazione. Tale incertezza avrebbe portato Newton, in coerenza al suo motto “hypotheses non fingo” (che come vedremo verrà contraddetta poche righe dopo essere stata scritta, all’interno delle stesse pagine della seconda edizione dei Principia), a rinunciare ad ogni pubblicazione dei risultati conseguiti che avrebbero necessitato, appunto, di teorie di tipo speculativo e non di rigorose spiegazioni matematiche. Ciò, invero, contrasta almeno in parte con il contenuto, che definirei entusiasta e convinto, del manoscritto di Newton denominato Praxis (1693) che è una sorta di resoconto dei successi sperimentali della sua attività alchemica. Sono convinto che il motivo che ha spinto Newton a non pubblicare nulla del suo lavoro di alchimista sia dovuto principalmente alla sua personale visione di una disciplina improntata ad un carattere occulto, destinata ad essere conosciuta soltanto da pochi adepti; a questo, inoltre, si aggiunga la personale attitudine di Newton ad occultare le informazioni, di cui già abbiamo parlato.
Ritorniamo, ora, a uno dei motivo più importanti dell’avversione di Newton verso la comunicazione, ovvero alla sua indisponibilità ad accettare critiche alle proprie idee in ambito della filosofia naturale e del timore di perdere il diritto alla priorità delle proprie teorie e dei propri risultati scientifici (questo a dire il vero lo accomunava a molti altri colleghi; le dispute di questo genere, a quel tempo, si contavano a migliaia). Vorrei provare ora a presentarvi, sinteticamente, un paio di esempi di quei tentativi che Newton perpetuò nella prima fase della sua attività (il periodo del Newton natural philospher) e che naufragarono, dal suo punto di vista, in esperienze dolorose e totalmente negative; esperienze che probabilmente influirono non poco nelle sue scelte successive.
Prendiamo il caso del debutto di Newton alla Royal Society e delle comunicazioni che egli fece tramite le Philosphical Transactions sulla nuova teoria della luce e dei colori. Il giovane e sconosciuto Newton si presentò per la prima volta al cospetto della Repubblica delle Lettere (e non solo) con la presentazione di uno strumento, il famoso riflettore. Un nuovo modo, in sintesi, di concepire il telescopio (non nuovissimo per la verità) non più come uno strumento a lenti (rifrattore) ma come una serie di specchi in grado si raccogliere la luce e operare un ingrandimento. Tale strumento consentiva di superare il problema dell’aberrazione cromatica che affliggeva le lenti sferiche. Newton conosceva già il vero motivo che causava l’aberrazione cromatica (la composizione della luce bianca da parte di tutto lo spettro solare, quindi di tutti i colori) ma per il momento mantenne la discrezione. Presentò il suo strumento sia davanti al re Carlo II, sia alla Royal Society che decise di accoglierlo tra gli iscritti. Ricevette molti complimenti e, spinto probabilmente dall’entusiasmo, decise di fare un ulteriore passo in avanti che però, questa volta, suscitò reazioni veementi e critiche di ogni tipo. Fu sostanzialmente un errore di comunicazione, una strategia errata di comportamento, spiegherò ora perché. Intanto leggiamo cosa scrisse a Oldenburg nel 1672, privatamente, per annunciare l’intenzione di voler presentare la sua nuova teoria della luce e dei colori, alla base dell’invenzione del riflettore:
Desidero che nella vostra prossima lettera mi vogliate informare per quanto tempo la Royal Society continua le sue riunioni settimanali, giacché se esse proseguono per qualche tempo intendo proporre, affinché sia considerato ed esaminato, un resoconto di una scoperta filosofica che mi indusse alla costruzione del detto telescopio e che non dubito risulterà molto più gradita della comunicazione di quello strumento, essendo a mio giudizio la più straordinaria, se non la più considerevole, rivelazione che sia stata compiuta finora nelle operazioni della natura.
Il contenuto della lettera, che doveva rimanere riservato, fu in realtà diffuso tra gli altri membri della Royal Society, compreso quello che diventerà uno degli acerrimi avversari di Newton, Hooke, e suscitò, come abbiamo detto, reazioni in parte negative. Lo studioso Shapiro individua due elementi per spiegare la reazione a questa lettera, e soprattutto alla successiva comunicazione apparsa sulle Philosphical Transactions: la natura rivoluzionaria della teoria, che come ogni rivoluzione in campo scientifico fatalmente incontra una forte resistenza a farsi accettare, e una presentazione superficiale della stessa teoria e, in particolare, degli esperimenti collegati. Il secondo elemento, in effetti, oltre a essere senz’altro vero, ritornerà nella produzione newtoniana più matura, basti pensare alla redazione dei Principia che contiene numerose lacune e salti nelle dimostrazioni, ciò denota una peculiare idiosincrasia verso una predisposizione essoterica delle pubblicazioni newtoniane. Aggiungerei a queste due caratteristiche una terza che ritengo ancora più importante: la certezza con la quale Newton annuncia la bontà della propria teoria, la sicurezza dei toni e della modalità di presentazione della sua comunicazione. I filosofi naturali suoi contemporanei non accettano questa impostazione, che invece Newton ritiene in buon diritto di avere grazie alle dimostrazioni matematiche che ne supportano la parte teorica. Al contrario, i suoi colleghi contemporanei, pressoché tutti meccanicisti, ragionano esclusivamente in senso di probabilità, non di certezze matematiche. Secondo loro ogni teoria verosimile (che nell’alveo del meccanicismo doveva essere spiegata esclusivamente dai tre elementi necessari della materia, del movimento e dell’impatto), suffragata da adeguati esperimenti, era solamente una rappresentazione della realtà con un grado più o meno alto di probabilità di aderenza alla Verità. Ciò perché l’utilizzo della matematica, strumento che proprio da quel momento in poi si rivelerà potentissimo e assolutamente necessario, non costituiva le fondamenta delle loro teorie. Con questa forma mentis, Hooke contestò a Newton, tra l’altro, di non avere il diritto di asserire che la sua teoria della luce e dei colori fosse “migliore” della propria, quella cioè esposta qualche anno prima nella Micrographia: l’experimentum crucis della teoria newtoniana (il celebre doppio prisma) poteva valere esattamente allo stesso modo per dimostrare la teoria della luce pubblicata da Hooke (questo sosteneva lo stesso Hooke).
Newton è insofferente a queste critiche, non vede perché egli debba perder tempo a rispondere e a risolvere tutte le contestazioni che gli vengono recapitate, visto che ha la certezza (ottenuta grazie al suo metodo e alle sue dimostrazioni) di avere ragione. Non ama le critiche, lo sappiamo, ma non ama nemmeno perdersi in troppe discussioni, e, dopo alcune risposte iniziali, decide di chiudere ogni contatto (per la verità accadde anche il contrario: Huygens, offeso per le risposte “vivaci” di Newton alle proprie confutazioni circa la concezione corpuscolare della luce, decise autonomamente di interrompere il rapporto epistolare).
Un altro esempio, circa dello stesso periodo, della delusione di Newton nei confronti della condivisione, risale ai primi contatti con Leibniz e ai prodromi dell’infinita disputa tra i due grandi filosofi sulla paternità del calcolo. Senza entrare in dettaglio, Leibniz chiede a Newton la soluzione ad un problema matematico, che Newton ha già risolto. Newton non si fida del suo collega, ma nel contempo vuole che rimanga testimonianza del fatto che, a quella data, effettivamente egli conoscesse il risultato. Decide, quindi, di inviare a Leibniz la soluzione, ma in codice cifrato: quale miglior esempio di un Newton occulto? Non è certo se Leibniz giunse autonomamente allo stesso risultato di Newton o se si servì effettivamente della lettera cifrata del suo collega, sta di fatto che Newton ebbe una sorpresa davvero amara a vedere, sulle pagine dell’Acta eruditorum del 1676, la soluzione al problema. Notate che la data di questo evento è molto ravvicinata a quella che vi ho indicato come il termine del primo periodo da noi analizzato, quello della parziale apertura agli altri. Ciò evidentemente non può essere soltanto un caso.
Vedo che il tempo a mia disposizione non è ancora molto, quindi passerei subito ad un altro argomento, molto utile alla nostra analisi, e che riguarda il periodo più esoterico della produzione newtoniana, il periodo centrale durante il quale egli pubblicò, come abbiamo visto, il suo capolavoro, i Principi matematici della filosofia naturale (1687). A noi qui interessano due aspetti di questo testo: la modalità di redazione dello stesso e il contenuto. Per il primo caso va detto che la pubblicazione e la stessa redazione del testo fu praticamente estorta da Halley (oppure possiamo dire in maniera meno drastica, stimolata da Halley) con la celebre visita nella quale il giovane filosofo naturale chiese a Newton aiuto per ricavare la dimostrazione matematica dell’attrazione del Sole nei confronti degli altri oggetti celesti con una forza che è proporzionale al quadrato della loro distanza. Come è noto Newton rispose affermativamente ammettendo di aver già affrontato anni addietro tale problema e di avere da qualche parte riposto i fogli scritti di suo pugno con la dimostrazione. Per farla breve, stimolato da Halley, Newton prese nuovamente in mano le questioni legate alla gravità, cominciando, così, a realizzare il suo capolavoro, i celeberrimi Principia. Ma fu Halley a sobbarcarsi ogni incombenza pratica, dalla rilegatura alla diffusione, oltre al gravoso compito iniziale di convincere Newton a pubblicare in maniera sistematica i suoi lavori sull’argomento. Nel 1687, quindi, uscirono i Principia, che trasformarono in breve tempo l’oscuro professore di Cambridge in un noto filosofo naturale autore di un testo fondamentale e universalmente riconosciuto come uno tra i più grandi testi matematici d’ogni tempo. Apprezzato sì da molti, ma compreso nella sua interezza da pochissimi: si trattava di un testo davvero “esoterico”, un testo cioè accessibile soltanto a chi, all’epoca, possedesse una preparazione approfondita, e aggiornata, nelle discipline matematiche. Non solo: era un testo che poco si curava di “spiegare” a fondo le teorie esposte, omettendo molte dimostrazioni, lasciate alla buona volontà (e capacità) del lettore. Sentiamo, infatti, come uno studente anonimo apostrofò Newton vedendolo passare per i corridoi del Trinity (almeno come vuole la leggenda):
Ecco l’uomo cha ha scritto un libro che né lui né nessuno comprende.
Newton, in realtà, prese seriamente in considerazione la possibilità di redigere una versione meno oscura del suo sistema di natura, così come descritto in termini matematici nella prima edizione dei Principia, impostando dapprima un terzo libro più discorsivo e che riassumesse in termini più chiari gli altri due e, poi, addirittura un testo ripreso da questo terzo libro ancora più semplificato con lo stesso titolo di De mundi systemate. Il tentativo non vide mai la luce (se non in alcune versioni postume), anche perché, e ciò non ci stupisce, Newton vi rinunciò “per evitare di essere vessato da piccoli saputelli in matematica[2]”. Qui il Newton esoterico è ben evidente. E i suoi colleghi essoterici? Di alcuni abbiamo accennato i contrastati e tempestosi rapporti con Newton: abbiamo accennato ai ruoli di Collins e Halley, impegnati a estirpare con fatica e alterne fortune le conoscenze del matematico, di Hooke, Huygens e Leibniz, con i quali Newton ingaggiò epiche dispute senza esclusione di colpi. A questi aggiungo telegraficamente altre due personalità che possono aggiungere altri elementi utili alla nostra indagine. La prima delle due è l’astronomo reale Flamsteed, che ebbe numerose occasioni di contrasto con Newton, per una ragione che non lo presenta come un essoterico a tutti gli effetti: egli, infatti, fu molto restio (in questo caso sembra che le parti si siano invertite rispetto al solito) a consegnare le proprie misure astrometriche lunari e planetarie all’autore dei Principia, che lo stesso riteneva fondamentali per proseguire le proprie ricerche. Il timore di Flamsteed era proprio quello di essere derubato del suo lavoro a vantaggio dello scorbutico collega e nel contempo di essere oggetto di critiche nel caso le sue osservazioni fossero risultate imprecise. Newton arrivò addirittura ad estorcergliele con la forza, quando il potere (“autocrate della scienza”) glielo consentì. E non esitò a sfruttare le misurazioni dell’astronomo reale per i suoi scopi, senza nemmeno citarne la paternità nei suoi testi.
Se è vero che le circostanze che portarono l’ormai vecchio Newton (cioè quello più “mondano” e “istituzionale”) a reagire con veemenza alla pubblicazione (non autorizzata) del suo lavoro manoscritto di cronologia universale, giustificarono pienamente il suo sdegno, è anche vero che la lettera che egli indirizzò al responsabile di tale sgarbo ci viene assai utile per approfondire ulteriormente l’oggetto della nostra lezione. Come vedremo ora, pare che Newton vesta qui i panni di Flamsteed: non è infatti ancora sicuro dell’esattezza delle sue conclusioni e non vuole che risultati parziali e non debitamente accertati siano divulgati e quindi accostati al suo nome, cioè al suo prestigio. Come d’altronde si evince dalla stessa lettera, Newton affidò alcuni suoi scritti ad una principessa (che qui non nomina ma che è da individuare in Carolina di Anspach) che sembra averli poi ceduti all’abate Conti, lo stesso Antonio Conti che aveva avuto il compito di arbitro nella contesa tra lo stesso Newton e Leibniz sul calcolo. Vi leggo un estratto:
Vi ricordo che ho scritto un indice cronologico solo per alcuni amici in condizioni che non dovevano essere divulgate. […] Il signor Conti, un nobiluomo di Venezia, in Inghilterra mi scrisse che questa principessa desiderava parlare con me e così me la fece conoscere. Ella desiderava una copia di quanto avevo scritto circa la cronologia; replicai che essa era imperfetta e confusa, ma in pochi giorni ne elaborai un sunto che però doveva rimanere privato. In seguito, dopo aver esaudito la sua richiesta, il signor Conti deve averne ottenuto una copia. Egli sapeva che essa doveva rimanere segreta e che era stata realizzata su sua richiesta e che le avevo permesso di trattenerne una copia: senza il permesso né di lei, né mio, egli disperse alcune copie in Francia e ottenne che un antiquario la traducesse in francese e la confutasse; l’antiquario, poi, fece stampare ad un tipografo la traduzione con le sue confutazioni.
Nell’ultima parola troviamo la chiave: sono prima di tutto le confutazioni che Newton non tollera. Sì, certo, la pubblicazione di un testo senza la sua autorizzazione, anzi col suo divieto esplicito, è cosa già di per sé deplorevole, ma addirittura osare criticarne i risultati, nonostante l’esplicito avvertimento che essi erano ancora da rivedere, era troppo. Senza poi considerare che tali confutazioni erano del tutto errate, come lo stesso Newton provvederà a segnalare minuziosamente poche righe dopo. Insomma, i cattivi rapporti con il prossimo non variarono mai molto, nemmeno nell’ultimo periodo di vita del Nostro: possiamo dire che la sua “mondanità” si traduceva in realtà in una prevaricazione sugli altri, più che in un’intenzione di apertura al confronto. Era, quindi, non più tanto un Newton “occulto”, bensì un Newton disponibile a comunicare, imponendo la propria visione agli altri, peraltro senza mai rendere interamente disponibili i suoi lavori. Fatalmente ne conseguono numerosi rapporti interpersonali caratterizzati da burrascose e frequenti liti. Il rapporto con Locke, invece, fu in buona parte positivo, anche se probabilmente il merito va attribuito proprio allo stesso Locke, che aveva una sorta di venerazione per il genio del Nostro. Ma il carattere burbero di Newton mise alla prova seriamente la pazienza di Locke quando gli scrisse (era il 1693), probabilmente in un momento di confusione mentale dovuta ad una forte crisi di nervi, alcune parole deliranti e francamente offensive:
Signore, essendo dell’opinione che voi vi impegnate nell’imbrogliarmi con le donne e con ogni altro mezzo ero così influenzato da ciò che quando qualcuno mi disse che voi eravate malato e non sareste sopravvissuto risposi che sarebbe stato meglio che voi foste morto … Vi chiedo perdono anche per aver detto o pensato che ci fosse il progetto di vendermi un incarico o imbrogliarmi.
Ancora rapporti interpersonali burrascosi e frequenti liti, dunque, che certo non agevolarono una comunicazione scientifica di tipo “essoterico”; ma in questo caso si tratta di un comportamento di tipo patologico causato da agenti esterni che influirono sulla salute stessa di Newton: si pensa, infatti, che la crisi di quegli anni fosse dovuta all’eccessivo e prolungato contatto con il mercurio, che egli aveva perpetuato in più di vent’anni di continui esperimenti alchemici. Proprio di alchimia ora vorrei occuparmi, come caso esemplare del Newton più occulto e sconosciuto. (I – continua)
Dal seminario “Comunicare e occultare la scienza in Newton”, tenutosi l’11 aprile 2011 presso l’Università di Genova
© Alessio Miglietta 2011
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[1] P. KERR, Dark Matter, tr. it. Milano, 2002, p. 104.
[2] Keynes MS 133.
[3] Yahuda Ms 27, ff. 1r e 1v.


passavo di qua, un caro saluto!
Pubblicato da francesca | 9 settembre 2011, 11:20 am