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De sphaera mundi, Il codice, Magistra vitae

Uno strumento di erudizione e propaganda

 
 Articolo divulgativo

Breve storia del libro nel Cinquecento

Ricordati per prima cosa di impossessarti dei suoi libri
perché senza i suoi libri egli è stupido come me
La tempesta, William Shakespeare

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Josse Bade Ascensius, 1510

Il XVI secolo è forse il momento più importante nella storia del libro, sicuramente è l’epoca della sua consacrazione e della sua definizione in quanto a struttura materiale e di contenuto (il cosiddetto “libro classico[1]”): dopo il lungo periodo medievale durante il quale il codice ebbe difficoltà a diffondersi capillarmente, e in seguito alla grande invenzione della stampa a caratteri mobili, avvenuta nel corso del secolo precedente, fiorirono i grandi fermenti intellettuali, spirituali e politici che proprio delle nuove tecnologie faranno largo uso. In quegli anni il rapporto tra cultura e tipografia fu di tipo simbiotico: stampatori ed eruditi, correttori di bozze e teologi affermati, punzonatori e statisti, lavorarono fianco a fianco, si aiutarono a vicenda per realizzare il prodotto più rigoroso ed elegante possibile; e insieme crescevano. Crescevano gli Estienne, i Froben, i Plantin, gli Elzevir, editori veri e propri; crescevano e prendevano coraggio le istanze di rinnovamento nei confronti di una Chiesa troppo legata al potere temporale ed economico, grazie alla determinazione, e all’aiuto di poteri locali, di riformatori come Lutero o Calvino; crescevano i Principi che dalle riforme protestanti trarranno benefici ed autonomia; crescevano gli studiosi liberi ed in buona parte indipendenti, come Erasmo o Tommaso Moro; crescevano gli artisti figurativi che nelle illustrazioni ai libri trovano nuova linfa creativa e sostentamento economico; cresceva il pubblico dei lettori che appartenevano ormai anche alle classi sociali della piccola nobiltà e della nascente borghesia; nasceva la comunicazione collettiva attraverso il libro, che preparerà il fenomeno della comunicazione di massa, tipico del mondo contemporaneo; si estese, infine, la concezione delle dimensioni del mondo abitato, grazie alle scoperte geografiche. Tali scoperte, che avevano avuto principio nel secolo precedente, avevano d’improvviso allargato, e di molto, i confini del mondo conosciuto che, contemporaneamente, si restringeva nelle proprie distanze proprio grazie alla stampa che era in grado di diffondere i messaggi con una velocità ed efficienza mai riscontrata prima. La scoperta del Nuovo Mondo spostò inevitabilmente il centro dei traffici verso ovest, verso l’oceano Atlantico; il mercato internazionale vide mutare lentamente le proprie rotte commerciali e, quindi, i centri nevralgici dell’economia. Ma la grande eredità del XV secolo non si ridusse solo a questo: il grande movimento intellettuale umanista, già in epoche precedenti attivo, strettamente legato alla nuova esigenza di un approccio filologico ai testi, stimolerà un’inedita riflessione sui testi antichi greci e latini e, in particolare, sulla Bibbia. Il processo di rilettura della Bibbia si svolse in due tempi: in un primo momento nacque l’esigenza di ritrovare l’autentica parola di Dio che, nei lunghi anni del medioevo, si era offuscata a causa delle innumerevoli trascrizioni e inserzioni apocrife; in un secondo momento si intuì la potenzialità della stampa in termini di diffusione e dell’utilità delle traduzioni in lingua volgare, capaci di raggiungere ampi  strati della popolazione. Questo, però, sarà un processo, come vedremo, complesso e sofferto. Il Cinquecento, a differenza di un Quattrocento ancora diffidente, decretò senza appello la fine degli amanuensi, e del loro mondo, e la contemporanea nascita degli stampatori: “Verso il 1500-1510, la stampa ha vinto[2]”. Dal 1550 i manoscritti venivano consultati soltanto da pochi eruditi. Il processo sarà, nel corso del secolo, lento ma progressivo: se è vero che ancora la biblioteca di Federigo duca di Urbino non ammetteva testi stampati e Artman Schedel possedeva ancora quattrocento manoscritti su seicento testi complessivi, alla fine del XVI secolo la grande maggioranza dei nuovi libri era realizzata tramite il nuovo metodo inventato da Gutenberg. Accanto agli aristocratici e all’alto clero, nuovi individui si avvicinavano al mondo del collezionismo di libri a stampa: dai magistrati ai notai, dai ricchi mercanti agli artigiani. E proprio dal mondo delle attività artigianali che la tecnica della stampa mutuò i termini con cui definire la propria strumentazione, in particolare dal gergo dell’attività vinicola: il torchio con cui si stampavano i libri prendeva infatti il nome e il principio di funzionamento proprio dalla spremitura delle uve[3]. In molti, a quel tempo, credevano che la stampa sarebbe potuta divenire in epoche future, grazie alla conoscenza applicata che stimolava, una fonte non solo di sapere ma anche di benessere, e “persino i briganti, gli aguzzini, gli avventurieri, i palafrenieri di adesso” sarebbero diventati “più dotti dei dottori e predicatori[4]”. Una speranza forse troppo ottimistica, ma che ben testimonia quanta fiducia si riponesse nello sviluppo della stampa e nelle sue potenzialità di propaganda ed erudizione, anche degli strati  più poveri della popolazione.

Il codice e la Riforma: un rapporto simbiotico

Quentin Massys, Un cambiavalute e la moglie, 1514

    Le novantacinque tesi di Martin Lutero, affisse alle porte della cattedrale di Wittenberg, giammai avrebbero avuto l’eco necessaria al loro successo se non ci fosse stata la stampa a diffonderle e a sostenerle. In particolare, per quanto riguarda l’oggetto di questo studio, il libro stampato ebbe una parte fondamentale nel consolidamento e nella diffusione della dottrina riformata in vaste regioni d’Europa. Nonostante in un primo tempo Lutero non avesse “desiderato né progettato di pubblicizzare” le tesi che, nel suo intendimento, erano rivolte solamente a un numero esiguo di individui, queste avevano raggiunto in pochissimo tempo migliaia di persone in territori anche molto lontani dalla sua città. Il monaco agostiniano si rese conto del grande aiuto, non richiesto, che gli stampati diedero alla diffusione delle sue idee ed ebbe modo di constatare come queste fossero state accolte con sempre più interesse e recepite in luoghi remoti e difficilmente accessibili. Il suo stupore è percepibile da alcuni scritti da lui stesso pubblicati: la stampa è per Lutero “l’atto di grazia più alto ed estremo di Dio, grazie a cui procede il dovere del Vangelo[5]”. L’analisi del riformatore non si limita ad una mera, seppur sentita, gratitudine verso un fenomeno così efficace e, al tempo stesso, così immediato. Lutero decise di cavalcare tale fenomeno, cercando di sfruttare al massimo delle possibilità quelli che risultarono essere i veri agenti del cambiamento, i grandi ambasciatori della Riforma: gli stampatori, gli editori, i traduttori, i venditori di libri. Ritenne in particolare che questi ultimi rappresentassero il punto cruciale, il mezzo necessario per la diffusione puntuale delle sue nuove idee. Muovendosi di città in città, di villaggio in villaggio, il venditore ambulante di fede protestante, che proponeva al pubblico esclusivamente materiale stampato di carattere riformato, ebbe un ruolo fondamentale di proselitismo. L’azione della Riforma, però, non si limitò alla sola diffusione delle proprie idee, ma anche alla censura di quelle che riteneva contrarie alla giusta condotta religiosa o morale, impedendone la propagazione. Due dei più grandi protagonisti della Riforma, il già citato Lutero e Calvino, furono concordi nell’affermare la necessità di un controllo della produzione e della diffusione dello stampato, almeno per quanto concerneva la fruibilità di un pubblico diffuso, e, nel contempo, di preservare una relativa libertà per i testi indirizzati all’élite colta. Una sorta quindi di differenziazione basata sulla capacità e preparazione del lettore, ritenuto in grado di fruire della “libertà di lettura” solo se sufficientemente consapevole e saggio. A questo fine, nel 1539, la città di Ginevra istituì la censura, la cui competenza era affidata al Piccolo Consiglio. Un caso emblematico, e tristemente noto, testimonia l’attenzione sempre più capillare dei censori protestanti nei loro territori: la condanna al rogo di Michele Serveto, reo di aver pubblicato, nel 1553, un trattato in odore di panteismo (la Christianismi restitutio).  Nonostante che l’opera fosse stata diffusa senza indicazione dell’autore,  stampata clandestinamente nella tipografia di Baltasar Arnoullet e fosse stata inviata con la massima segretezza a Lione, Ginevra e Francoforte, gli inquisitori calvinisti ne rintracciarono 797 copie sulle 800 realizzate ed individuarono con tempestività[6] la paternità dell’opera. Serveto venne accusato di eresia e condannato al rogo dal Piccolo Consiglio, con l’attiva complicità dello stesso Calvino. Contemporaneamente, l’azione combinata della Riforma e dello stampato portarono alla genesi di un campo comune del sapere, rappresentato da gruppi di pressione e partiti rigidi e “intrappolati”, al contrario di quanto avveniva nei più fluidi microambienti dei manoscritti[7], che appare ai nostri occhi come una prima, timida, manifestazione di quella che in futuro verrà denominata opinione pubblicaLa traduzione in volgare della Bibbia ha come scopo principale il diffondere e divulgare il messaggio cristiano, attraverso una lettura diretta e non mediata da alcuno, anche a coloro, la maggioranza, che non comprendevano il latino. La Bibbia luterana venne pubblicata nella sua versione definitiva nel 1534: non si trattò né della prima traduzione dal latino al volgare, né della prima versione in tedesco. Già nel 1466 era stata pubblicata a Strasburgo, in area cattolica, una traduzione in tedesco dall’editore Mentelin. L’attenzione quasi maniacale con la quale Lutero si apprestò all’esatta traduzione dei testi sacri, lo portò in più occasioni ad avere vivi contrasti con gli stampatori e a criticare il loro lavoro giudicato filologicamente non irreprensibile. In seguito alla pubblicazione della Bibbia luterana si moltiplicarono in Germania le edizioni in volgare: dal 1522 alla morte di Lutero furono ben 445. Nella stessa  Germania ebbe notevole successo la versione curata da Melchior Lotter (1470-1549), in Inghilterra quella di William Tyndale (1494-1536). Le traduzioni in lingua volgare, utilizzate dalla maggioranza della popolazione, non solo avvicinarono la dottrina riformata alle fasce più basse della comunità, ma stimolerà queste ultime anche ad alfabetizzarsi (in un processo di lungo periodo), con la possibilità di riconoscere, scritta, una lingua che gli era già familiare attraverso il quotidiano utilizzo orale. Ne conseguì una diminuzione di una certa significatività, nelle aree protestanti, dell’analfabetismo. Questo fenomeno si accompagnò ad un maggiore interesse verso i libri, indotto dalla pratica, consentita dalla Riforma, della lettura individuale delle sacre scritture. Nacque, di conseguenza, un nuova passione intorno alla cultura del codice che, inevitabilmente, portò allo sviluppo di nuovi laboratori e nuovi centri di produzione. Crebbe, insomma, la domanda di libri. È probabile, tra l’altro, che questa impennata produttiva dello stampato abbia potuto costituire, agli occhi dei fedeli dell’Europa continentale, un degno sostituto della confessione[8]; la Riforma guadagnò così terreno sulla  Chiesa  di  Roma,  grazie all’aiuto  determinante dei libri, in un rapporto armonico e simbiotico. La forza di questa relazione, indissolubile, è dimostrata dalla assoluta originalità del fenomeno, soprattutto se accostato ai passati conflitti di carattere religioso che rimasero comunque sempre circoscritti. Si ricorda un solo caso riferito ad epoche passate, di poco precedente alla Riforma, di un utilizzo cosciente del mezzo della stampa per orientare le opinioni, in questo caso di esclusivo carattere politico: il caso dei libelli in lingua volgare contro il Papa, promossi dal segretario personale di Enrico VIII, Thomas Cromwell. Il vento della Riforma portò, come è ovvio, anche all’inevitabile conflitto con la Chiesa cattolica e i suoi fedeli. Vedremo nel prossimo paragrafo quale sarà l’atteggiamento dei cattolici nei confronti della stampa in generale e di quella riformata in particolare. È interessante far notare come il fenomeno stesso del conflitto, al di là dei diversi atteggiamenti, abbia causato, nei territori in cui convivevano protestanti e cattolici, una situazione di incertezza e di crisi del mercato. Dal 1559 al 1598, durante le guerre di religione in Francia, il colpo inferto alla produzione libraria fu tale che lo storico Henri-Jean Martin è portato ad affermare che, per quel periodo, “l’edizione francese era rovinata[9]”.   

  

Il codice e la Controriforma: un rapporto conflittuale

Raffaello, Leone X con i due cardinali, 1514

    L’attenzione della Chiesa nei confronti dell’invenzione della stampa precede di molti decenni la Riforma. Già ai tempi della campagna di sensibilizzazione per la crociata contro i Turchi, la Chiesa aveva consapevolmente utilizzato il potente mezzo di propaganda rappresentato dalla stampa; molti dei più illustri esponenti del cattolicesimo avevano definito la nuova invenzione di Gutenberg un dono di Dio. Un generale entusiasmo, in ambito cattolico, generò non solo un nuovo impulso nello sviluppo degli studi biblici e delle   nuove  edizioni   delle  sacre   scritture,  ma   anche   un rinnovato interesse nei confronti dei testi patristici, con nuove pubblicazioni. Inconsapevolmente la Chiesa si gettava con entusiasmo in questo nuovo campo del sapere che in realtà si rivelerà essere uno dei nemici più agguerriti della sua storia millenaria. Come già trattato nel paragrafo precedente, la critica all’operato della Chiesa cattolica e ad alcuni suoi dogmi e riti avrà larga eco, ironia della sorte, proprio attraverso la diffusione dello stampato. I due campi contrapposti dell’eterodossia e dell’ortodossia utilizzarono entrambi lo strumento della stampa, ma per finalità differenti: la prima lo utilizzò per la propaganda di carattere polemico e di rottura di certe pratiche ecclesiastiche, la seconda per uniformare i testi sacri, per standardizzare la liturgia, per rendere unico il messaggio, nel contenuto e nella forma, del cattolicesimo. L’attacco di Martin Lutero fu tanto immediato quanto inatteso dall’entourage romano che fece non poca fatica ad organizzare un sistema di difesa valido ad arginare l’incredibile successo della nuova dottrina. Due furono, sostanzialmente, le contromosse adottate: l’utilizzo, estremamente invasivo, della censura e l’organizzazione di istituzioni e ordini in grado di sviluppare con più rigore ed efficienza il sistema cattolico dello stampato. Per prima cosa, quindi, la censura: dal 1515 al 1521 si susseguirono le bolle di scomunica nei confronti di Martin Lutero, i suoi libri vennero condannati alla distruzione nel fuoco purificatore. Ma la vera censura, quella famigerata dell’Inquisizione, colpirà la stampa protestante qualche anno dopo, con la mannaia costruita durante i lavori del Concilio di Trento (1545–1563). Per i delegati del Concilio Tridentino l’unico, vero, testo biblico autorizzato era la Vulgata di San Gerolamo: tutte le versioni filologiche o erudite furono bandite, la Chiesa si chiuse nei recinti di una “tradizione” che in realtà era molto lontana dall’essere rigorosa[10], rifiutava il progresso scientifico apportato dagli umanisti e dagli uomini di lettere. La vera parola di Dio non poteva che provenire dalla Chiesa e qualunque interpretazione differente, comunque documentata, non fu accettata. Si pensi alle aspre critiche da parte dei teologi conservatori che subì lo studio umanista di Lorenzo Valla, le Osservazioni sul Nuovo Testamento, stampate da Erasmo da Rotterdam nel 1505. Non è finita: l’Index librorum prohibitorum (1559), voluto da Paolo IV, elencava i libri la cui lettura era vietata ai credenti e la cui diffusione doveva essere impedita in ogni luogo. Nel calderone finirono anche i grandi letterati che all’epoca riscuotevano il maggior successo tra i lettori: François Rabelais per gli  irriguardosi sberleffi ai prelati e per la prosaicità dei suoi temi, Erasmo da Rotterdam per le sue vedute aperte ed eccessivamente progressiste, Niccolò Machiavelli per la sua gelida obiettività nel descrivere i meccanismi del potere, Boccaccio per motivazioni analoghe a quelle del Rabelais. Insomma, forti dell’autorizzazione che pare giungere direttamente dalle sacre scritture, “molti ancora di coloro che avevano esercitate l’arti curiose, portarono i libri, e gli arsero in presenza di tutti[11]”, gli inquisitori procedettero ad ardere con grande solerzia i libri proibiti. L’attacco della censura pontificia si muoveva a due livelli: da una parte con ostinazione difese la versione latina della Bibbia, dall’altra dichiarò guerra sia alla stampa e ai suoi protagonisti, sia ai lettori della Bibbia che incautamente si rivolsero al testo senza mediazioni ecclesiastiche, sia agli studiosi laici che studiavano i testi e li mondavano dalle imprecisioni. La Chiesa post tridentina si scontrerà anche con edizioni che, formalmente, non apparivano contrarie ai dettami conciliaristi. Come nel caso della grande impresa della Bibbia Poliglotta curata e progettata da Cristophe Plantin che, pur essendo ineccepibile nei contenuti e patrocinata da Filippo II in persona, re cattolicissimo, rischiò di essere messa all’indice a causa dei sospetti nutriti dagli ambienti romani nei confronti dell’editore, accusato di intrattenere rapporti troppo stretti con i protestanti. L’ombra lunga dell’Inquisizione si allungò su tutto il continente e oltre. A Firenze si fu costretti ad escogitare stratagemmi, che per certi versi ricordavano quelli ideati da Malesherbes nella Parigi del XVIII secolo, per preservare i codici più importanti e più utili. Il despota illuminato Cosimo de’ Medici decise di inscenare un rogo di libri a carattere magico ed esoterico, di esiguo numero,  risparmiando migliaia di altri titoli dalla distruzione: una sorta di fumo negli occhi per il severo papato. Firenze resisterà sempre agli attacchi della censura e, grazie alla propria influenza, riuscì anche a farsi esentare direttamente dal delegato dell’Inquisizione dalla distruzione dei libri necessari ai medici, agli avvocati e ai filosofi. La conoscenza non poteva arrestarsi. Anche l’editore francese Etienne Dolet riuscì, grazie all’autorizzazione di Francesco I, a pubblicare testi di Galeno, di François Rabelais, di Terenzio, di Virgilio e di Cicerone. Un’improvvisa retata disposta dall’inquisitore Mathieu Orry, però, rinvenne nella sua dimora di Lione alcune opere riformate di Calvino e Melantone: la reazione dell’Inquisizione fu durissima, Etienne Dolet fu condannato a morte e arso vivo il 3 agosto 1546. Già da tempo gli stampatori olandesi, negli anni 20 del 500, corsero ai ripari per evitare l’abbraccio sempre più soffocante della censura: cominciarono a stampare i testi protestanti indicando come luogo di edizione la fantasiosa città di “Utopia” o città reali ma remote come Wittemberg o Strasburgo. Ben presto anche gli editori degli altri territori ripresero questa procedura, aggiungendo addirittura un nominativo falso sul frontespizio. Anche l’Inghilterra si difese dalle pericolose idee protestanti. Il vescovo di Londra proibì l’importazione nel regno di libri luterani, come da indicazioni di papa Leone X , colui che scomunicò Martin Lutero. Ma il mercato fu più forte della censura: i libri continuarono ad essere diffusi, addirittura i testi elencati nell’Indice furono tra i più ricercati, come se la loro presenza tra i testi proibiti incrementasse il desiderio del pubblico di leggerli. L’Indice costituì per i libri proibiti una sorta di pubblicità gratuita, un fenomeno anch’esso che ritroveremo nei secoli successivi. La seconda arma della Controriforma contro il potere di persuasione della stampa protestante, fu l’organizzazione di istituzioni e di iniziative che potessero dare nuovo impulso alla produzione a stampa di carattere cattolico. L’ordine dei Gesuiti nacque anche per questo motivo: la loro instancabile attività si concentrerà nella realizzazione di immense biblioteche e nell’impegno a diffondere il credo cattolico, anche attraverso i libri, nelle missioni nel Nuovo Mondo. Già con il pontificato di Sisto IV si avviò il progetto di una Biblioteca Vaticana, la cui realizzazione fu ultimata e perfezionata da Sisto V, zelante censore. La biblioteca riunì tutti i codici manoscritti e a stampa di proprietà dei papi e conservò nei secoli tutti i testi della Chiesa, fino ad oggi. A Sisto V si deve il progetto di realizzazione di una Bibbia, la cosiddetta “Sistina”, secondo i dettami del Concilio di Trento, ma che superasse l’ormai obsoleta Vulgata di San Gerolamo. L’opera fu affidata ad Antonio Caraffa ed edita da Aldo Manuzio il giovane. Le ricerche furono effettuate nella stessa Biblioteca Vaticana e la stamperia fu installata nel palazzo di Sisto V. Il risultato finale fu molto criticato dagli stessi esponenti della Chiesa, per le numerose inesattezze; era comunque un passo in avanti rispetto alla versione di San Gerolamo. Nel 1592, il successore di Sisto V, Clemente VIII, pubblicherà una nuova edizione della Bibbia, emendata dagli errori (la cosiddetta “Clementina”).

 

Il codice e il potere secolare: permessi e privilegi

Hans Holbein il Giovane, Membro della famiglia Wedigh, 1532

    Anche il potere secolare s’inserì nel complesso fenomeno del controllo della diffusione libraria e dello stampato. Lo fece attraverso il doppio espediente del privilegio e del permessoIl privilegio si distingue dal permesso, perché pur provenendo entrambi dall’autorità, il primo ha lo scopo di limitare il mercato ad un unico soggetto che così può agire in regime di monopolio, mentre il secondo è soltanto una concessione a pubblicare emessa dalla censura. La produzione libraria, come molti altri aspetti economico sociali del tempo, era strettamente controllata dai governi. In Francia l’editto di Chateaubriant del 1551 sancì l’obbligo d’indicazione del permesso di stampa su tutti i libri, rilasciato dall’autorità, che così imponeva una censura preventiva, nonché dell’autore e dell’editore, in modo che fossero facilmente rintracciabili i responsabili. Lo stesso anno l’Inquisizione spagnola elaborò il proprio indice di libri proibiti, appoggiata dalla monarchia filocattolica. Seguì di qualche anno (1558) la prammatica sanzione con cui Filippo II autorizzò la pubblicazione dei libri solo previo permesso del suo Consiglio. In questo clima oscurantista, l’editore Cristophe Plantin, di cui abbiamo già parlato, pensò bene di ottenere il ben volere del sovrano regalandogli dodici costosissime copie in pergamena della sua Bibbia Poliglotta (1573); un regalo che avrebbe sancito l’ufficialità e la regolarità della pubblicazione, soprattutto dopo le vicissitudini che l’editore aveva dovuto affrontare. Queste misure dovettero dare i suoi frutti se, nel 1570, troviamo lo stesso Plantin nominato “archistampatore del re”, un privilegio che gli permise di ottenere  il monopolio assoluto delle pubblicazioni religiose in Spagna e, di conseguenza, un mercato pressoché illimitato. In quegli anni anche in Francia venne vietata la pubblicazione di libri sprovvisti di permesso regale. Altri privilegi, di diversa natura, vennero concessi in Inghilterra da Maria Tudor alla Stationer’s Company, la corporazione dei librai di Londra: nessuno poteva possedere una tipografia se non faceva parte della corporazione. Nel contempo le università di Cambridge e Oxford mantennero la licenza a stampare i propri lavori. La Stationer’s Company deteneva i Copyrights (privilegi) e li cedeva ai librai che, con l’aiuto degli stampatori, realizzarono i testi comportandosi come veri e propri capitalisti. Privilegi e permessi furono i due strumenti principali della regolamentazione della produzione libraria e si affiancarono all’altro pilastro del controllo sovrano: la confisca e distruzione dei libri. Questo tipo di censura, a differenza del permesso e  del privilegio,  non   si   muove esclusivamente in senso preventivo: è efficace anche nel controllo  dei libri  già  stampati  e  diffusi.   Qui,  come in ambito ecclesiastico, non si lesinò l’utilizzo dei roghi. Nel 1566, in Francia, Carlo IX emise un’ordinanza che prevedeva pene detentive durissime a tipografi, librai e autori che non si attenevano alle rigide regole della censura, prevedendo anche la distruzione dei loro libri al rogo. Alcuni sovrani si avvalsero del potere di censura in modo anche contraddittorio, a seconda delle proprie convenienze politiche e personali. È il caso di Enrico VIII, capace di operare un ferreo controllo nei confronti del traduttore della Bibbia Tyndale e, pochi anni dopo, di appoggiare la campagna di informazione basata sulla pubblicazione di libelli contro il papa; capricci del potere e della politica. Sotto la triplice morsa della censura, costituita da potere secolare, Chiesa romana e istituzioni riformate, i lavoratori del libro furono costretti o a subirla pubblicando solo ciò che era consentito, o ad aggirarla attraverso vari espedienti; il più frequente di questi fu la falsa indicazione del tipografo e del luogo di pubblicazione: una tradizione che si perpetuerà nei secoli a venire, finanche alla Rivoluzione Francese.

Il codice e la Repubblica delle lettere: una premessa alla rivoluzione scientifica

   Il libro a stampa fu il vero artefice del nuovo e fondamentale processo di trasformazione dello studioso, che usciva così dallo stretto recinto della chiesa per entrare nel laboratorio del tipografo, la nuova officina del sapere. Il rapporto con i tecnici del libro si fece, sovente, molto stretto: la presenza dell’autore era indispensabile per approntare un prodotto rigoroso e fedele alle proprie idee. L’autore spesso curava la veste grafica del suo libro, la legatura, i caratteri; il tecnico invece ebbe di frequente bisogno di consigli direttamente dall’erudito per chiarire dubbi e risolvere problemi inerenti al testo da stampare: la figura dell’autore-editore avrà larga fortuna nel tardo Rinascimento e, inaspettatamente, ritornerà in auge nell’epoca del print on demandLa figura di Erasmo da Rotterdam fu, in questo senso, emblematica. Il suo stampatore di riferimento, Johannes Froben di Basilea, su sue insistenze, inserì un foglio di “Errata et addenda” nelle sue opere, metodo che ancora si utilizza per le odierne pubblicazioni e che è noto come “Errata corrige”. La sua attività non si arrestò, però, solo all’attiva collaborazione con i tipografi, ma anche a quella che in futuro sarà appannaggio degli editori moderni: la promozione e la diffusione delle proprie opere. Erasmo, infatti, si prodigò personalmente affinché i propri testi fossero stampati nelle tipografie di tutta Europa e pretese una parte dei profitti ottenuti con la loro vendita per se stesso. Fu quindi precursore anche dello scrittore professionista, figura completamente assente alla sua epoca e che cominciò a svilupparsi soltanto nel XVIII secolo. Il rapporto simbiotico tra eruditi e stampatori, tra studiosi e tecnici, si estrinseca in particolare nella comune e condivisa fioritura culturale che parte, in varie zone d’Europa, dal XV secolo. I primi stampatori, in particolare quelli veneziani, grazie alle loro edizioni dal greco e in lingua volgare, resero disponibile una nuova e consistente mole di fonti su cui gli studiosi potevano attingere, al contrario di quanto accadeva precedentemente, quando i testi scientifici o eruditi erano pressoché introvabili. La nuova attenzione ai testi classici portò con sé, inevitabilmente, anche il recupero delle lingue antiche, come il greco. Ciò significò poter disporre di testi, in particolar modo di carattere scientifico, prima di allora mai consultati in occidente. Questo fenomeno non è imputabile a qualche manifestazione estemporanea o un fortunato succedersi di eventi, ma precisamente dalla nuova disponibilità di materiale che, grazie alla stampa, fu disponibile ad una cerchia di dotti molto più ampia di prima[12]. Il caso più emblematico riguardò l’astronomia. È ormai evidente agli storici che le prime fasi della rivoluzione copernicana si svilupparono grazie alla stampa e, soprattutto, alla possibilità che offrì di diffondere dati osservativi e studi, anche nel lungo periodo, indispensabili per un’analisi esaustiva che possa rendersi utile alla scienza astronomica. L’astronomia, infatti, ha bisogno di numerosi dati, soprattutto distanziati nel tempo, che non possono essere accumulati da un’unica generazione. È indubbio che, senza l’attività pionieristica di Regiomontano e della sua attività di tipografo di opere scientifiche a Norimberga, il lavoro dei grandi astronomi Nicolò Copernico, Tycho Brahe e lo stesso Galileo Galilei non sarebbe stato possibile. Nacque, con Regiomontano, un nuovo modo di studiare l’astronomia, basato su dati empirici e non solo su speculazioni filosofiche. A titolo di esempio, l’Almagesto di Claudio Tolomeo, opera in greco notissima e fondamentale per l’astronomia, all’epoca in cui nacque Copernico era di difficile reperibilità, mentre alla sua morte ne erano disponibili tre edizioni. Poco tempo dopo, quando Brahe aveva quattordici anni (1560), venne pubblicata l’opera omnia di Tolomeo. La grande e nuova disponibilità di fonti antiche per lo studio della scienza comportò, però, un’eccessiva fiducia nelle autorità antiche ed una contemporanea disattenzione verso il mondo reale e, in genere, verso le discipline sperimentali[13]. Ciò comportò un’estrema difficoltà nella comunità scientifica coeva ad accettare nuove teorie e nuovi eseprimenti. Le grandi scoperte scientifiche, tra le quali la più emblematica fu la Rivoluzione Copernicana, subirono attacchi non solo dai religiosi (cattolici o protestanti) ma anche dagli stessi scienziati legati alle scuole tradizionali. L’opera cardine della rivoluzione copernicana, il De revolutionibus orbium coelestium, viene data alle stampe nel 1543, poco dopo la morte del suo autore. La diffusione di quel libro porterà a cambiamenti nella mentalità e nel pensiero occidentale, almeno tanto quanto fecero le Tesi di Martin Lutero nelle coscienze e negli spiriti. E ancora una volta sarà la Chiesa ad accusare il colpo e a tentare una reazione, simile nei metodi a quella del Concilio di Trento. Le scoperte scientifiche di quell’epoca non poterono essere ignorate, grazie alla loro capillare diffusione, né poterono essere ignorati i risultati che queste avevano conseguito. La funzione di testimonianza del libro stampato, disponibile ad un pubblico sempre più vasto, aiutò non poco le nuove teorie che volevano il cielo sottoposto a cambiamenti e non completamente immutabile, come invece quelle precedenti ritenevano. Fu solo grazie alle mappe del cielo stampate in quegli anni, che riproducevano la stella nova nella costellazione di Cassiopea, scoperta da Tycho Brahe nel 1572, che si impedì di dimenticare l’esistenza di questo inconsueto fenomeno astronomico. Si sviluppò in quest’epoca la maestria nella realizzazione di mappe e atlanti, in particolare nell’area nordeuropea. Ad Anversa nacque una vera e propria scuola per la produzione di atlanti miniati. Abraham Ortelius  pubblicò il primo atlante stampato, nel 1595 seguì l’atlante universale di Gerhard Mercator pubblicato da Jodocus Hondius. Ad essere riprodotti, con intento non solo di testimonianza ma anche di mera rappresentazione, non furono solo le mappe terrestri o celesti, ma anche i ritratti degli autori, con una precisione mai riscontrata in precedenza. Ai tempi dei codici manoscritti, i disegni venivano copiati come il testo e, in modo analogo, i tratti delle fattezze tendevano a modificarsi, perdendo così i lineamenti originali; si finì per riprodurre soltanto delle figure astratte, spesso riutilizzate per raffigurare più personaggi diversi. Lo stesso accadeva per le rappresentazioni delle città, che perdevano la loro peculiarità e si trasformavano in raffigurazioni prive di riscontro nella realtà. Con l’arrivo della stampa i ritratti divennero molto più veritieri, soprattutto per una questione di pubblicità degli autori rappresentati, e perdurarono nel tempo grazie al valore di testimonianza condivisa dalla comunità dei testi stampati. Erasmo e Lutero sono stati tramandati con fedeltà così che i loro lineamenti sono noti anche ai nostri giorni. Tra i primi artisti a rendersi conto delle potenzialità della stampa fu Albrecht Dürer, affascinato non solo dalla nuova dottrina riformata e lettore appassionato dei libelli luterani, ma altresì dalla facilità con la quale la stampa fosse riuscita a riprodurre in serie le illustrazioni. Anche dal punto di vista economico, le sue xilografie, vendute a basso prezzo ad una pluralità di clienti, fruttavano assai di più di un singolo dipinto, anche se costosissimo. Il grande artista, così, si impegnò in molte serie di illustrazioni, tra cui si possono ricordare quelle all’Apocalisse di Giovanni. Perfino il metodo di lavoro dei nuovi autori, quelli nati dopo la scoperta di Gutenberg, subì gradatamente delle modifiche. Uno dei grandi best sellers del Cinquecento fu senz’altro Le vite di Giorgio Vasari, che per la prima volta utilizzò il metodo di indagine nel lavoro di ricostruzione del passato e che produsse notevoli cambiamenti tra la prima (1550) e la seconda edizione (1568), dimostrando la progressività del proprio studio. Tutte le duecentocinquanta biografie di artisti inserite nell’opera sono corredate da precisi ritratti riprodotti in xilografie. L’apporto della stampa, in combinazione con il nuovo modo di concepire la cultura degli umanisti, nell’evoluzione della scienza e di un nuovo metodo scientifico è stata fondamentale. I testi scientifici non venivano più tradotti dall’arabo, lingua di quella civiltà che ha costituito il ponte tra pensiero greco e pensiero rinascimentale, ma direttamente dal greco, grazie ai nuovi proficui contatti tra la civiltà occidentale e il decadente impero bizantino risalenti al secolo precedente. L’antesignano Regiomontano venne presto seguito da altri studiosi ed editori che impegnarono le loro forze non solo nel recupero filologico di testi classici della letteratura, ma anche nel recupero di testi scientifici, in particolare matematici e di medicina. A Venezia la prima traduzione latina di Galeno è datata 1490 (risale al 1525 la versione di Manuzio), Ippocrate fu tradotto e stampato a Roma nel 1525. A Basilea l’Almagesto viene stampato nel 1538, mentre, sempre nella stessa città, la celebre e fondamentale traduzione di Euclide viene pubblicata da Federico Commandino nel 1572. Nel 1499 Aldo Manuzio aveva già pubblicato la fondamentale raccolta di opere di astronomi greci e latini, la Astronomici veteres. La diffusione di questi e di altri testi simili, in tutta Europa avranno un effetto immediato sulle menti delle nuove generazioni di scienziati. La possibilità di poter usufruire di opere scientifiche di alto livello con relativa facilità, consentirà agli studiosi di poter utilizzare dati relativi al passato (in particolare in campo astronomico) e di conoscere con precisione e approfondimento le teorie dei grandi matematici greci, tramandate nell’epoca precedente in forma approssimativa e lacunosa. Insomma: non ci sarebbe stata una rivoluzione scientifica senza una rivoluzione del libro. Come dicevamo prima, frutto emblematico e vera e propria pietra miliare per la conoscenza di tutta l’umanità e per le implicazioni filosofiche connesse, fu la pubblicazione del trattato astronomico De Revolutionibus orbium coelestium del polacco Nicolò Copernico. La prima edizione non superò le 500 copie e non ebbe una diffusione significativa; solo alcuni rari testi scientifici, immediatamente successivi, citarono le nuove teorie di quel testo (e quando lo citavano lo liquidavano in poche righe) e ancora il punto di riferimento in materia rimaneva l’ormai inadeguato De Sphaera Mundi di Giovanni da Sacrobosco. In ambito cattolico, come in quello protestante, le teorie copernicane vennero semplicemente ridicolizzate, ugualmente per il tramite dello stampato. Solo nel secolo successivo il testo di Copernico comincerà ad ottenere il giusto riconoscimento nell’ambiente degli studiosi. Parallelamente al percorso scientifico intrapreso dagli studiosi, si diffuse un grande interesse da parte del pubblico meno colto nei confronti delle cosiddette pseudoscienze, sia anche a causa della rara congiunzione planetaria avvenuta nel 1524: ebbero così enorme successo i trattati di astrologia, gli almanacchi, gli oroscopi, i manuali di astrologia pratica, tutti scritti in lingua volgare.

 

Il grande sviluppo del mercato editoriale

Schizzo di Albrecht Dürer

    Come abbiamo già visto, i permessi e, in particolare, i privilegi hanno dettato sovente le regole del mercato. Privilegio significa concessione di monopolio del mercato e strumento di controllo per le contraffazioni, che pur se duramente avversate saranno diffusissime in tutta Europa. A Venezia il sistema del privilegio era già presente dal 1469, a Parigi dal 1507. Basti qui ricordare l’accordo tra Pio V e Paolo Manuzio, figlio ed erede di Aldo e titolare della Tipografia del popolo romano, sancito nel 1568 al fine di accordare all’editore il privilegio papale per la pubblicazione del Breviario rivisto e corretto. L’accordo prevedeva che la Chiesa si impegnasse a esortare il clero di tutta Europa a sostituire i vecchi breviari con quello stampato da Manuzio, garantendo così un utile di elevatissima entità. Lo stesso Cristophe Plantin ottenne un subappalto del medesimo privilegio direttamente dal titolare Paolo Manuzio, al fine di poter diffondere il testo anche nei Paesi Bassi. Esisteva, quindi, non solo un mercato dei libri, ma anche un mercato dei privilegi. Gli interessi in gioco divenivano sempre più imponenti e le tecniche commerciali sempre più sofisticate. Non a caso i primi stampatori furono tutti uomini legati al mondo del commercio: William Coxton era un commerciante di tessuti, Valentin Fernandes de Moravia era agente di cambio. Ma il mercato non avrà, nel corso di questo secolo, una vita facile, anzi: in Germania e in Francia, a causa dei conflitti religiosi, a un periodo di espansione (1500-1540) seguì un lungo periodo di crisi, anche economica. Plantin fu costretto, nel 1576, ad abbandonare Parigi, scossa dalla guerra civile tra cattolici e Ugonotti e oppresso dalla censura. In tutto questo periodo la produttività permase stazionaria e nessuna innovazione tecnica fu introdotta nel processo di produzione. Il libro continuò ad essere un oggetto costoso per l’acquirente e un prodotto oneroso per il venditore: in tempi di crisi economica fu uno dei primi beni a risentire della situazione. Gli editori ne furono ben consci e, per evitare il rischio di stampare copie invendute, si limitarono a tirature di al massimo due o tre mila esemplari. In caso di successo di vendite, e soltanto in quel caso, gli editori approntavano una nuova edizione, sempre a tiratura limitata. La produzione era strettamente legata al mercato potenziale, alla domanda presente nel mercato. Questo atteggiamento finì per privilegiare le ristampe delle opere tradizionali a discapito dei nuovi autori e di nuove opere, ritenuti più rischiosi. Le spese che dovevano affrontare i tipografi nel processo di produzione erano decisamente ingenti. Prima di tutto il costo della carta, che si aggirava intorno ai 2/3 dell’intero prezzo del bene, poi l’elevato valore dei trasporti. Ancora nel Cinquecento, le vie di collegamento di terra erano rare e spesso impraticabili e si era costretti ad utilizzare, quasi in modo esclusivo, le vie fluviali o marittime; spesso i libri viaggiavano divisi in risme, per facilitarne il trasporto, che venivano rilegate quando giungevano nel luogo di vendita.  Questi costi fissi potevano essere affrontati solo grazie ai prestiti, soltanto attraverso i meccanismi di tipo finanziario. La gran parte degli editori fu così costretta a legarsi ai più importanti finanziatori, divenendone in alcuni casi loro succubi. Nonostante tutti questi ordini di problemi, nell’Europa continentale, fecero la loro comparsa alcuni dei più grandi editori della storia, spesso capostipiti di grandi famiglie imprenditoriali: Christophe Plantin, Louis Elzevir il Vecchio, Sébastien Gryphe, Johann Froben, Henri Estienne. Il francese Christophe Plantin si installò, dal 1549, nella cattolica Anversa, nei Paesi Bassi meridionali, città estremamente vivace del punto di vista commerciale e relativamente libera dal punto di vista politico: in pochi anni costruì la tipografia più importante al mondo, un laboratorio che poteva contare su ben sedici torchi (l’italiano Aldo Manuzio ne possedeva solo sei). I suoi volumi sono celebri per la grande cura nella realizzazione, per le splendide illustrazioni e per la vasta scelta del suo catalogo. La sua Bibbia Poliglotta, dedicata al re di Spagna Filippo II, provocò alcune rimostranze da teologi romani particolarmente tradizionalisti che chiesero allo stesso Plantin di prendere le distanze dai propri amici umanisti, cosa che l’editore fece immediatamente, seppur a malincuore, per ovvi motivi di opportunità. Occorre dare atto che Plantin seppe per molti anni districarsi tra i mille ostacoli e conflitti che dilaniavano i Paesi Bassi, riuscendo a non inimicarsi né la parte cattolica, né quella protestante. Superò l’ondata iconosclasta che investì quei territori, ma dovette soccombere al sacco di Anversa del 1576: si rifugiò a Leida, dove divenne stampatore dell’università. Nel nord protestante furono gli Elzevier gli editori di riferimento, famiglia di stampatori che ebbero grande fortuna nel XVII secolo. Louis Elzevier il Vecchio, il capostipite, pubblicò per primo le opere di Eutropio, nel 1580. Sébastien Gryphe fu invece attivo a Lione, uno dei centri più prolifici della produzione libraria, dopo un periodo di apprendistato a Venezia. Come molti dei suoi colleghi contemporanei pubblicò opere classiche e opere contemporanee dei grandi umanisti, e non si fermò davanti alle intimidazioni dell’Inquisizione: pubblicò comunque i lavori dell’amico Etienne Dolet. Fu il più grande produttore di libri scolastici e realizzò varie imitazioni delle aldine, ma le sue più celebri  edizioni furono quelle curate da François Rabelais di Galeno e Ippocrate. Si attorniò dei grandi eruditi del tempo, come lo stesso Rabelais. Johann Froben, attivo a Basilea, pubblicò, oltre a una copiosa serie di autori antichi, il Nuovo Testamento tradotto in latino dal grande amico Erasmo da Rotterdam, la versione che poco dopo verrà utilizzata da Martin Lutero e che fu anch’essa pubblicata da Froben. Sempre di Erasmo, realizzò la prima edizione dell’Elogio della follia (1515), in 1800 copie. Le sue edizioni si fregiarono delle illustrazioni dell’allora poco conosciuto Hans Holbein il Giovane. Henri Estienne il Vecchio, parigino, installò in rue de l’École de Droit il suo laboratorio e pubblicò opere di grande precisione e di rigorosa stesura. Il figlio, Robert I Estienne, filologo oltre che editore, esordì con le Orazioni di Cicerone nel 1527. Nonostante fosse accusato di frequentare ambienti ugonotti, continuò il suo lavoro di editore e di studioso sotto la personale protezione di Francesco I. Celeberrimo, e ancor oggi di grande utilità, il Thesaurus linguae latinae, repertorio di incredibile erudizione. Nel 1552, a seguito degli attacchi cattolici perpetuati ai suoi danni per una edizione della Bibbia (1545) curata anche da un calvinista, si rifugiò a Ginevra lasciando al fratello Charles la direzione della sua casa editrice. Attivi furono anche i semplici tipografi, legati strettamente al lavoro degli editori e degli eruditi. Tra questi si ricordi Claude Garamond, inventore del greco del re e del romano, due tra i più sfruttati caratteri di stampa nei secoli a venire, insieme all’italico di Aldo Manuzio. Il greco del re fu utilizzato da Henri Estienne per le sue versioni originali dal greco antico. Come abbiamo visto nelle pagine precedenti, il continente europeo, nella seconda parte del secolo, subì una forte crisi produttiva, dovuta agli aspri conflitti interni; la ripresa comincerà soltanto ad inizio del Seicento. Un caso a parte è però rappresentato dall’Italia che, al contrario di tutti gli altri paesi europei, immune dai disordini provocati dallo scisma religioso, fortemente radicata nei valori cattolici ispirati dalla vicina Chiesa, non risentì della crisi, anzi giunse a produrre nel corso del secolo cinquantamila titoli. Come suddetto, la produzione della carta era ormai da secoli monopolio italiano: la sua facile reperibilità da parte degli editori italiani, faciliterà non poco lo sviluppo delle loro produzioni, tanto da poter considerare questo fattore come concausa, insieme alla più stabile situazione politico-religiosa, della grande fioritura degli stampati in quell’area. La metà della produzione dell’intera penisola proveniva da Venezia[14], che poteva vantare in media, ogni anno, la ragguardevole cifra di 150 titoli. Oltre ai grandi tipografi come Manuzio, Sessa, Scoto, Giunta, Giolito, operavano un numero altissimo di piccoli e medi imprenditori del libro.    Nonostante un progressivo declino alla fine del secolo, dovuto soprattutto alla concorrenza delle Province Unite e della Francia, Venezia rimase il punto di riferimento per la stampa italiana ed internazionale. Basti ricordare che a Venezia avevano sede, già da molti anni, grandi editori e tipografi del calibro di Aldo Manuzio,  Vincenzo Valgrisi, Gabriele Giolito. Così Francesco Sansovino, anch’egli editore, nella sua Venetia città nobilissima et singolare (1581), riassumeva la supremazia di Venezia, in un celebre passo: 

Valse poi quell’arte & le diede grand’ornamento con nuovi ritrovati Aldo Manutio romano, le cui vestigia seguendo i tedeschi & poi i Francesi, fra quali fioriscono il Frobben & il Plantino: si vede in Venetia ridotta a così fatto termine per opera, dopo il Manutio, de i Giunti, di Vincenzo Valgrisio & di Gabriello Giolito, già parecchi anni sono (oltre a diversi altri imitatori de’ suddetti) che non si può né meglio né più oltre desiderare o chiedere a bocca.

   Aldo Manuzio, che iniziò la sua attività alla fine del Quattrocento, ad inizio secolo si dedicò alla pubblicazione di opere antiche e contemporanee nel nuovo formato, da lui stesso ideato, “tascabile” (in ottavo) e con il nuovo carattere corsivo: tra queste, notevole e snella la versione della Commedia di Dante Alighieri, priva di pesanti commentari e glosse. L’opportunità di poter portare con sé e dappertutto un libro, grazie all’innovazione aldina, incrementò ancor più la tendenza all’individualismo del lettore[15], tendenza di importanza fondamentale durante l’umanesimo, inaugurata probabilmente dall’abitudine alla lettura silenziosa, nata nel medioevo. Veneziano anche Gabriele Giolito, primo in ordine di tempo ad ideare le collane tipografiche, che si specializzò in testi in lingua volgare. Uno di questi è la pregevole edizione della Divina Commedia del 1555, curata da Ludovico Dolce. Durante i settant’anni di attività tipografica della famiglia Giolito, verranno pubblicati 1.005 titoli[16]. Roma e Firenze, con una quota vicina al 10% ognuna, figuravano come gli altri due centri italiani più importanti dell’editoria. Due nomi su tutti: il figlio di Aldo Manuzio, Paolo, a Roma, e la famiglia Giunti, a Firenze. Sia per la relativa tranquillità, sia per le nuove rotte commerciali, la città di Anversa contenderà, e da metà degli anni novanta sottrarrà a Venezia, il primato dell’editoria continentale. La stessa qualità dei libri stampati alla fine del secolo, a Venezia, subirà una netta flessione, nel tentativo di resistere alla forte concorrenza fiamminga sull’abbassamento dei prezzi. La tendenza ad una produzione più attenta al prezzo e alla velocità di stampa, porterà nel secolo successivo ad una generalizzata diminuzione della qualità del prodotto, in tutte le aree geografiche. Diminuirono sensibilmente, infatti, le edizioni più curate e di lusso. Si ebbe, così, un lento, ma costante, processo di massificazione del mercato librario. Ad intuire e ad interpretare tale fenomeno fu l’artista coevo Albrecht Dürer che scelse come mezzo d’espressione principe l’incisione e, più in generale, le riproduzioni a stampa che, a differenza del dipinto, potevano essere prodotte in serie e diffuse con grande facilità. Dürer fu un entusiasta sostenitore della massificazione del mercato della stampa, soprattutto per la sua funzione di diffusione delle nuove idee luterane di cui era un convinto sostenitore. Uno schizzo del grande pittore fotografa con sottile ironia il successo della stampa e della sua diffusione nel quale un panettiere inforna, al posto del pane, fogli pronti per essere stampati (Immagine V.6). Ormai il libro si vendeva come il pane, la domanda aumentava a dismisura. Al contrario, l’erudito Erasmo da Rotterdam, vedeva con scetticismo tale massificazione, che comportava un controllo sempre meno efficace del contenuto dei libri da parte degli studiosi, con il rischio che la qualità del testo e l’attendibilità dei contenuti fossero compromessi[17]. La considerevole mole di mercato che si sviluppò nel XVI secolo intorno al libro, comporterà, tra l’altro, lo sviluppo delle pratiche di contraffazione. Ne sarà vittima lo stesso Dürer, proprio lui, così entusiasta del nuovo sviluppo intrapreso dalla stampa.  Nei primissimi anni del secolo, il disegnatore Marcantonio Raimondi riprodusse alcune incisioni in rame del pittore di Norimberga raffiguranti la Vita della Vergine e ne diffuse le copie stampate in tutta la penisola. Nel 1506 Dürer intraprese un causa contro Raimondi, la prima causa legale in tema di diritti d’autore di cui si ha testimonianza nella storia dell’arte: il processo si tenne a Venezia. Raimondi fu condannato ad un congruo risarcimento non, come si potrebbe pensare, per aver copiato opere di un altro senza consenso, ma per aver riprodotto la firma dell’artista. Al termine del processo i due artisti giunsero ad un accordo economico con il quale il Raimondi poté proseguire a diffondere le proprie copie. Pochi anni prima, nel 1503, la Giunti di Firenze pubblicava un’edizione delle poesie di Catullo, utilizzando l’identico testo elaborato in un’edizione di Aldo Manuzio dell’anno precedente. Le medesima situazione, con gli stessi editori come protagonisti, si verificò ventiquattro anni dopo con Il libro del Cortigiano di Baldassarre Castiglione. Questo tipo di controversie editoriali contribuirono a pubblicizzare le opere ed aiutarono indirettamente ad incrementare le vendite. Un altro fenomeno legato al mercato editoriale che si sviluppò lentamente nel corso del cinquecento fu la specializzazione: alcuni editori ed alcuni librai cominciarono a stampare soltanto opere di un’unica materia, alla ricerca di una clientela mirata nella speranza di suscitare in una parte di pubblico un rapporto di affezione. Gli stessi libri, soprattutto quelli dedicati a materie tecniche e specifiche, costituirono un ottimo mezzo per pubblicizzare nuove invenzioni, anche attraverso disegni promozionali di congegni meccanici con i quali i tecnici cercavano di attirare la committenza: una sorta di catalogo commerciale. I produttori andarono alla ricerca di possibili acquirenti sia attraverso la specializzazione sia attraverso una nuova figura professionale: l’agente. L’agente si occupava della promozione e della vendita dei libri nei territori lontani dalla sede dell’editore. Normalmente si trattava di un membro della famiglia della casa editrice, si ricordi ad esempio il grande lavoro di Buonaventura Elzevir. Per avvicinarsi ulteriormente all’acquirente, le case editrici approntarono per la prima volta i propri cataloghi contenenti l’intera loro produzione libraria. Già a metà del XV secolo Regiomontano stampava l’elenco delle sue opere scientifiche, nel 1498 Aldo Manuzio pubblicava il suo primo catalogo corredato di prezzi al dettaglio (ripeterà l’esperienza nel 1503  e nel 1513). Il primo catalogo ufficiale di una fiera, invece, fu stampato a Francoforte nel 1564, quello di Lipsia uscì la prima volta nel 1594. Questo tipo di catalogo conoscerà una grande fortuna negli anni a venire, divenendo prezioso strumento di lavoro per librai, bibliotecari e studiosi. E fu la fiera il centro propulsivo dell’intero settore. Henri Estienne dedicò un opuscolo in lode della fiera di Francoforte, il Francofordiense emporium sive francofordienses non dinaeLa fiera fu il luogo deputato per gli incontri tra addetti ai lavori, per gli accordi commerciali e finanziari, oltre ad essere il punto di riferimento per le offerte di novità editoriali, di commissioni librarie, di macchinari tipografici e di forza lavoro specializzata.   Le  più  importanti  si  svolgevano  a   Lipsia  e  a Francoforte,  ma   nell’arco  del   secolo  furono  innumerevoli le grandi o piccole fiere librarie in tutta Europa. Ad Augusta, Georghe Willer (1515 – 1594) pubblicò elenchi a cadenza semestrale delle novità editoriali, e buona parte di esse provenivano da Francoforte. Se la fiera era il luogo principe per la diffusione, l’editore rimase la figura più importante per la produzione del libro, un vero e proprio centro propulsore dell’editoria[18]: si occupava di tutti i diversi momenti della produzione, partendo dall’acquisto delle materie prime, proseguendo con la selezione delle opere e degli  autori,  con la  scelta  del titolo  e  con  la  commissione allo stampatore (che divenne man mano una figura di mero artigiano). Anche l’autore coevo acquistò sempre più importanza, diversamente da quanto accadeva nel Medioevo, durante il quale solo le auctoritates disponevano di un largo credito, anche se il concetto di diritto d’autore era ancora in nuce. Come giustamente fa notare Ellizabeth Eisenstein[19], la cultura degli amanuensi medievali non poteva, per sua stessa   natura, prevedere un concetto come quello del diritto d’autore, poiché poco si prestava alla diffusione pubblica dei pensieri “privati” che essa sottendeva. Il lettore si affezionava all’autore contemporaneo, il cui nome, attraverso la reputazione che esso acquisiva nel corso degli anni,  poteva da solo essere indice e garanzia di qualità. Lo testimoniano le 34 edizioni in vent’anni (dal 1500 al 1520) di mille copie ciascuna degli Adagia, o la tiratura di 25000 esemplari dei Colloquia Familiaria, firmate da uno dei più apprezzati autori di inizio secolo: Erasmo da Rotterdam. Altre opere contemporanee raggiunsero il successo di quelle di Erasmo: i già citati testi di Martin Lutero e di Giorgio Vasari, oltre al “best seller” di Ludovico Ariosto l’Orlando furioso che, in quattro anni, fu stampato in 36 edizioni (dal 1532 al 1536). Nei gusti dei lettori sembra permanere l’interesse per la religione (che però, nel corso del secolo comincerà a decrescere lentamente), vista la massiccia produzione di manualetti di devozione e vite di santi, mentre fanno la loro prepotente comparsa i temi di attualità e la letteratura[20]. Ebbero un sensibile incremento la produzione e la vendita di libri a carattere popolare, in lingua volgare, soprattutto tra le fasce sociali medio-basse. Negli anni trenta del secolo Pantagruele di François Rabelais circolava in volumetti economici ed otteneva un successo straordinario. Altri tre generi andarono, all’epoca, per la maggiore, sia tra gli eruditi che tra il pubblico in genere: i resoconti delle esplorazioni geografiche, le opere storiche e le raccolte epistolari. Le prime ebbero l’illustre esordio con la lettera di Cristoforo Colombo stampata a Barcellona nel 1493 e ristampata l’anno seguente un po’ in tutte le grandi città europee. Nel 1504, il Libretto di Pietro Martire, pubblicato a Venezia, che raccontava l’esito dei primi tre viaggi di Colombo nelle Indie, riscuoteva un enorme affermazione, insieme al contemporaneo Mundus Novus. Le nuove scoperte suscitarono un inedito interesse da parte dei lettori anche per i trattati di geografia, come la Summa de geografia di Martin Fernandez de Inciso, del 1519, e soprattutto come la Cosmographia universalis di Münster che vantò addirittura 46 edizioni e sei diverse traduzioni. Medesima fama riscossero alcune opere storiche, soprattutto tra il pubblico meno colto, tra le quali è giusto ricordare la celeberrima Cronaca di Norimberga di Schedel e l’Historia d’Italia di Francesco Guicciardini. Anche i cosiddetti “libri di lettere”[21] ebbero una stagione, nel Cinquecento, estremamente positiva, soprattutto nella penisola italiana. Lo stesso Montaigne, in un passo dei suoi Essais, ebbe a dichiarare: “Gli Italiani sono grandi stampatori di lettere[22]. Avendo come modello le ciceroniane Lettere familiari, gli editori del XVI secolo ne produssero una sterminata serie di raccolte, sovente in volgare, di personaggi conosciuti, spesso su temi di attualità. Queste collezioni funsero da mezzi di informazione politica e religiosa, comportandosi da veri e propri giornali dell’epoca. Il successo fu senza precedenti: le Lettere volgari di Paolo Manuzio raggiunsero la ragguardevole cifra di 28 edizioni in quindici anni (dal 1542 al 1567). Già, però, a fine secolo il genere subì una forte flessione di interesse, in particolare a causa della censura che ne svuotò i contenuti, spesso compromettenti per il potere.


L’arretramento del latino

Il nuovo testamento edito da Robert Estienne, 1546

    Il lungo percorso di affermazione delle lingue volgari, locali e particolaristiche, ha nel Cinquecento un momento di straordinario sviluppo, a discapito del linguaggio universale, adottato ufficialmente dalla Chiesa: il latino. Il fenomeno si estrinsecò attraverso una divisione di competenze delle due lingue: il latino conservò il monopolio nei trattati scientifici e teologici, prevalentemente in ambito cattolico, e nelle comunicazioni internazionali, i volgari invece si affermarono nell’ambito della letteratura popolare, delle epitomi, del mondo protestante, delle controversie dottrinali e politiche. Grazie all’universalità del latino, un libro pubblicato a Venezia, ad esempio, poteva essere venduto in Germania e, al contempo, grazie alla maggiore fruibilità popolare dei volgari, un pubblico assai più vasto poté accedere alla lettura. Non si può però affermare che l’apporto della stampa a caratteri mobili abbia stimolato direttamente la diffusione delle lingue volgari; si può dire, piuttosto, che la stampa del quattro-cinquecento abbia cavalcato una tendenza, avversata dagli eruditi umanisti (tanto da far scrivere a Jacob Burckhardt “Il latinismo prevale in ogni ramo della cultura[23]“), ma suffragata dalla comunicazione quotidiana, ancora in nuce, che avrà un grande sviluppo nell’epoca delle divisioni statuali, tra la metà del cinquecento e la metà del settecento. Dopo il 1540 cominciò a svilupparsi un mercato parallelo, ancora di nicchia, di libri in lingua volgare, sarà il “popolo” (e quindi anche la letteratura, di grande erudizione ma anche di “evasione”, come il Decameron o il Gargantua) ad alimentare questo mercato. I dotti, che ancora rappresentavano la stragrande maggioranza dei lettori, in particolare gli scienziati, continuarono per molto tempo ad utilizzare esclusivamente la lingua latina. L’avvento di Lutero facilitò il successo delle lingue volgari, in particolare in qualità di traduttore della Bibbia, attività peraltro già cominciata in ambito cattolico. Il padre del protestantesimo diede l’avvio ad una moltitudine di nuove versioni in lingua volgare dei testi sacri, nei territori riformati, in continuo aumento (grafico V.1). Non dissimile il fenomeno in ambito cattolico: nel 1522 ogni principale lingua volgare europea poteva vantare la sua traduzione. Chi più di tutti si fece interprete di questa straordinaria istanza di rinnovamento a favore degli idiomi locali, fu l’editore ed erudito Christophe Plantin, che pubblicò una versione della Bibbia in cinque lingue, con l’appoggio del potere cattolico spagnolo. Nonostante l’ortodossia del patronato di tale iniziativa, molti esponenti della Chiesa cattolica tentarono in più riprese, e invano, di inserirla nell’Indice dei libri proibiti, più, però, per le sospette frequentazioni dell’editore, legato da amicizie protestanti, che per motivi legati alla qualità del testo. La contrapposizione cattolici/protestanti e latino/volgare sembra ripetersi anche in ambito culturale con eruditi/divulgatori e, nuovamente, latino/volgare. Nacquero alcuni movimenti anti-intellettuali da parte di divulgatori interessati a rivolgersi ad un vasto pubblico, ai quali gli stessi eruditi opposero strenua resistenza, criticandone i metodi e le imprecisioni. Dall’ultimo quarto del Cinquecento il numero di testi in lingua volgare superò quello dei testi latini: in Francia tale avvenimento è inquadrabile già intorno al 1570. Spesso, all’interno degli Stati, si verificò la necessità di individuare uno dei tanti dialetti del volgare come modello valido per tutta la popolazione: in Inghilterra William Caxton adottò il dialetto londinese, in Italia Annibal Caro scelse il toscano, attraverso la sua opera Lettere familiari (stampata nel 1575) e, nel 1612, il Vocabolario dell’Accademia della Crusca funse da modello per tutti gli stampatori d’Italia che da quel momento in poi adotteranno solo il dialetto di FirenzeEditori e studiosi non si limitarono soltanto a questo aspetto: nel corso del secolo le esigenze tipografiche, e la necessità di rendere sempre più scorrevole la lettura, portarono i tipografi e gli editori a inserire nuovi caratteri che in seguito faranno parte integrante della sintassi delle lingue locali; si pensi, ad esempio, ai segni d’interpunzione aldine o all’utilizzo di accenti e apostrofi nelle edizioni di Robert Estienne degli anni trenta.

© Alessio Miglietta 2011


[1] Cfr.  H.J. Martin, Pour une histoire du livre, Napoli, 1987.

[2] L. Febvre, H.J. Martin, L’apparition du livre, Paris, 1958, tr. it. A. Petrucci, La nascita del libro, Bari-Roma, 2007, p.333.

[3]  Cfr. M. McLuhan, The Gutenberg Galaxy, Toronto, 1962, tr. it. Stefano Rizzo, La galassia Gutenberg, Roma,  1976, p. 202.

[4]  F. Rabelais, Gargantua e Pantagruele. 

[5] Cfr. E.L. Eisenstein, The printing revolution in early modern Europe, Cambridge, 1983, tr. it. Le rivoluzioni del libro. L’invenzione della stampa e la nascita dell’età moderna, Bologna, 1995, p. 196 n. 4.

[6] La Christianismi restitutio fu stampata nel 1552 e diffusa nel 1553. La condanna al rogo di Michele Serveto è stata eseguita nel 1554.

[7] Cfr. F. Barbier, Historie du livre, Paris, 2000, tr. it. R. Tomadin, Storia del libro, Bari, Dedalo, 2004, p. 252.

[8] M. McLuhan, The Gutenberg Galaxy, op. cit., p.255

[9] Cfr. H.J. Martin, Pour une histoire du livre, op. cit., p.40. 

[10]  le edizioni filologiche rimossero parte degli errori di compilazione degli amanuensi medievali.

[11] Atti degli apostoli, XIX, 19.

[12] Cfr. E.L. Eisenstein, The printing revolution in early modern Europe, op. cit., p.139.

[13] Contraddizione che verrà sottolineata dagli illuministi.

[14] Cfr. A. Mirto, Città ed editoria: Venezia tra Cinquecento e Seicento, in Le ideologie della città europea dall’Umanesimo al Romanticismo, a cura di V. Conti, Firenze, 1993, p.224.

[15] Cfr. M. McLuhan, The Gutenberg Galaxy, Toronto, 1962, tr. it. Stefano Rizzo, La galassia Gutenberg, Roma, Armando, 1976, p. 274

[16] Cfr. A. Quondam, Mercanzia d’onore/ Mercanzia d’utile. Produzione libraria e lavoro intellettuale a Venezia nel Cinquecento, in Libri, editori e pubblico nell’Europa moderna. Guida storica e critica, a cura di A. Petrucci, Bari-Roma, 1977, pp. 51-104.

[17] Questione quanto mai attuale con il fenomeno di internet: si pensi ad esempio alle critiche sull’attendibilità di Wikipedia.

[18] Cfr. S.H. Steinberg, Cinque secoli di stampa, Torino, 1968, p. 184.

[19] E.L. Eisenstein, The printing revolution in early modern Europe, op. cit., p. 143.

[20] Cfr. F. Barbier, Historie du livre, op. cit., p. 289

[21] Cfr. L. Braida, Libri di lettere, Bari-Roma, 2009.

[22] Montaigne, Essais, I, 40. 

[23] Cfr. Bruckhardt,  La civiltà del Rinascimento in Italia.

Bibliografia aNobii

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