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Fucilano le spie fasciste

 

Corio, 15-16 giugno 1944

Goya - Fucilazione del 3 ottobre 1808

Il 15 giugno, nella mattinata, andammo dal barbiere e quindi pranzammo, sempre alla trattoria Giulia. Dopo aver gustato un buon caffè, corretto con la grappa, Mario e io ce ne stavamo a conversare sulla soglia della trattoria, fumandoci una sigaretta, allorché, d’improvviso, apparvero sulla strada antistante due moto guidate da soldati tedeschi con  il loro tipico elmetto a pignatta in testa. Fuggimmo in cucina e chiedemmo alla cuoca se c’era un’uscita nel retro. Questa, invece di risponderci, ci pregò di guardare da un finestrino: ai due  motociclisti seguiva un camion militare carico di altri soldati tedeschi che smontarono rapidamente e si diressero alla trattoria.
Eravamo perduti ! Qualcuno aveva dovuto denunziare il nostro arrivo se, appena giunti, eravamo caduti in quella trappola. Un biondo ufficiale tedesco, giovanissimo, scese dal camion e si avvicinò a un partigiano che era rimasto impassibile sulla soglia della Giulia. – La missione è compiuta – disse ad alta voce e in perfetto italiano – Abbiamo fatto fuori un colonnello, un tenente e due motociclisti. Poi, indossando le loro divise, abbiamo prelevato dalla caserma di Caselle le coperte per i “pivelli” – Le matricole eravamo noi quattro genovesi e altri sbandati giunti a Corio negli ultimi giorni. L’ufficiale “tedesco” ci sorrise e se ne andò. Subito dopo, venimmo impiegati a trasportare quelle coperte sanguinose ai vari distaccamenti della zona. Finalmente, stanchi morti, ma confortati per la conclusione inaspettata del nostro primo incontro con i “tedeschi”, ce ne andammo a dormire alla baracca delle foglie, nel cui fienile dormimmo placidamente fino al mattino.

Il 16 giugno, verso le 10, arrivarono a Corio una signora d’età matura e un giovane pallido, dai capelli chiari e dagli occhi azzurri. La signora Munno, evidentemente informata sul nostro conto, ci affidò suo figlio Riccardo, raccomandadocelo in particolar modo per la sua costituzione delicata. E noi, da buoni italiani che hanno una particolare vocazione “battesimale”, attribuimmo subito a quel giovane torinese il nome di battaglia di Filiberto Rami. Dopo i teneri addii tra Filberto e la madre, tutti e cinque fummo mandati a trasportare munizioni al piano Friseròle e il nostro nuovo compagno si distinse per buona volontà e resistenza fisica. Se ben ricordo, fu nel pomeriggio di quella giornata che accadde l’episodio doloroso della fucilazione di due spie fasciste : erano un ragazzo di una quindicina d’anni e un uomo maturo, alto e panciuto, accusati di aver fornito ai fascisti molte informazioni relative alle nostre posizioni. Io e i miei compagni tentammo di intercedere a favore di quei disgraziati. Ma ci fu risposto che erano stati giudicati e condannati a morte da un tribunale partigiano. L’esecuzione ebbe luogo in una radura lontano dal poggio sul quale ci trovavamo. Tuttavia, ne sentimmo gli spari sinistri che causarono in me una profonda amarezza per la … giustizia degli uomini e una grande pietà per i condannati.

 

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Memorie di un partigiano (1943-1945)

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