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Una cartolina da Cantòira

 

Cantòira e Bonzo 30 giugno – 5 luglio 1944

Cartolina da Cantòira, 30 giugno 1944

Il 30 giugno, mi trovo a Cantòira, ove pranzo a mezzogiorno. Nel pomeriggio, assito ad un ballo dei miei compagni con alcune villeggianti. La sera, ce ne andiamo a dormire in una cascina. 

Il I luglio, faccio un bagno nelle fresche acque dello Stura, insieme a Gegi Parodi. Ne approfitto per lavarmi i panni. La sera, cena e il solito ballo dei miei amici. Verso le 20, ci separiamo dai militaristi del gruppo (Miki, Gegi e… Rami!). Io (Paulatim), Mario Giolli (Sangallo), Ernesto (Harbig) e Lorenzo Lunghi (Licò) ci spostiamo in corriera a Chialamberto, ove, dopo uno spuntino, riusciamo a dormire in un letto “vero” e sopra un materasso “vero”. 

Il 2 luglio raggiungiamo, a piedi, Bonzo, verso mezzogiorno. Al nostro arrivo, veniamo aggregati alla XX Brigata Garibaldi, sotto il comandante di distaccamento Moro. Vice comandante è Carlo, amico di Miki. Veniamo alloggiati in una graziosa villetta, ove possiamo dormire comodamente a letto! La località è bellissima, ricca di folte piante e dominata da catene rocciose.  

Il 3 luglio, improvviso allarme. Ci ritiriamo a due ore di cammino da Bonzo e nel pomeriggio, venuti a conoscenza che le forze nemiche sono ancora lontane, ritorniamo alla villetta per ritirare i nostri effetti personali. Dopo una marcia forzata, arriviamo ad una grangia nella quale trascorriamo una notte disastrosa, senza un giaciglio, sdraiati o seduti in terra. Il giorno successivo siamo sempre nella grangia, mentre l’allarme continua. A mezzogiorno: pane e toma. La sera: pane, toma, riso e latte. Notte pressoché insonne per tutti.  

Il 5 luglio, alle 4 del mattino, iniziamo il nostro spostamento verso la cresta della montagna, per evitare una sorpresa del nemico. Raggiungiamo la sommità alle 7. Dalle 8 alle 9 trovo il tempo per ricordare i miei cari e la mia Genova. Che solitudine quassù e che FAME. Alle 12,30, sulla strada che corre a fondo valle, appaiono quattro carri armati tedeschi tigre, seguiti da due camionette, da una moto e da tre autocarri carichi di soldati. Verso le 13 inizia il cannoneggiamento contro di noi. Ci rifugiamo dietro una difesa naturale, costituita da rocce e da lastroni di pietra. Alle 15,30, due carri armati tornano da Forno e Breno e vi si fermano. Verso le 17, tutte le forze nemiche si ritirano dopo aver catturato due nostri cannoncini. Alle 19,20, ritorniamo alla grangia, ove consumiamo avidamente riso e latte. Durante tutta la giornata non avevamo mangiato che un pezzo di pane e un quarto di scatoletta di carne a testa. Alla nostra età e con quest’aria è facile immaginare quale fosse il nostro “appetito”. La sete, però, costituì la nostra maggior sofferenza. Raccogliemmo qualche goccia d’acqua che cadeva tra le rocce, servendoci di una scatoletta di carne vuota. E, a turno, potevamo inumidirci le labbra con quel nettare alpestre.

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